Fair play negli scacchi

Convincere vale più che vincere

Negli scacchi il fair play non è un dettaglio cerimoniale: è la condizione che rende il risultato credibile, il confronto educativo e la vittoria davvero meritata. Significa rispettare regole, avversario, arbitro e gioco stesso; soprattutto, significa rifiutare l’idea che il fine — un punto, una coppa, qualche punto Elo — possa giustificare qualsiasi mezzo.

La parola inglese fair play viene spesso tradotta con “gioco leale”, ma il suo significato è più ampio: lealtà nella competizione, autocontrollo, rispetto della verità sportiva e responsabilità verso la comunità. Nella scacchiera, dove non esistono contatti fisici né arbitri che possono vedere ogni dettaglio della partita, questa dimensione interiore è ancora più importante: molte scelte corrette dipendono esclusivamente dalla coscienza del giocatore.

Il valore del risultato

Una partita di scacchi non è soltanto una successione di mosse legali. È un patto tra due persone: entrambi accettano le stesse regole e riconoscono che il valore del risultato dipende dalla correttezza del percorso.

Per questo il fair play si manifesta in gesti apparentemente semplici:

  • stringere la mano, salutare o comunque iniziare e concludere con rispetto;
  • annotare correttamente le mosse, quando previsto;
  • non disturbare l’avversario, non commentare la partita, non cercare reazioni psicologiche scorrette;
  • chiamare l’arbitro invece di discutere animatamente;
  • accettare una sconfitta senza insulti, accuse impulsive o teatralità;
  • non sfruttare strumenti esterni, consigli, dispositivi elettronici o motori di analisi;
  • non avanzare accuse di cheating senza elementi concreti e senza seguire i canali appropriati.

La FIDE considera violazioni del fair play non solo l’uso deliberato di dispositivi elettronici o di suggerimenti esterni durante una partita, ma anche forme di manipolazione della competizione: combine, frodi sul rating, sandbagging, falsa identità e tornei fittizi. Le regole FIDE ricordano inoltre che anche le accuse manifestamente infondate di cheating possono costituire una violazione etica: proteggere il gioco significa dunque combattere sia l’imbroglio sia la calunnia.

Un gesto esemplare: Carlsen e Ding Liren

L’episodio più eloquente degli ultimi anni avvenne nel luglio 2020, durante la semifinale online del Chessable Masters fra Magnus Carlsen e Ding Liren.

Nella prima partita del match, Ding Liren si disconnesse in una posizione cruciale e perse per il problema tecnico. Carlsen avrebbe potuto limitarsi ad accettare il punto: formalmente il regolamento glielo consentiva. Ma il campione norvegese ritenne che quel vantaggio non rispecchiasse pienamente il valore scacchistico del confronto.

Nella partita successiva Carlsen cedette volontariamente la donna e abbandonò dopo appena quattro mosse, riportando il punteggio in parità. Poi vinse il match sul tavolo, nelle partite che seguirono. La sostanza del gesto è tutta qui: non rinunciò a competere, rinunciò a vincere grazie a un accidente tecnico dell’avversario.

La FIDE gli assegnò il Fair Play Svetozar Gligorić Trophy 2020, riconoscendo che, in una competizione ad alta posta in gioco, Carlsen aveva dimostrato che “vincere correttamente” conta più che vincere a qualunque costo.

Per chi insegna scacchi, questo è un episodio didatticamente prezioso. Non suggerisce che ogni inconveniente tecnico debba essere risolto unilateralmente dai giocatori — esistono arbitri, regolamenti e procedure — ma mostra una gerarchia di valori: prima la giustizia sportiva, poi il punteggio.

Il fair play oltre la scacchiera

Gli scacchi condividono con tutti gli sport una verità semplice: il gesto di correttezza diventa memorabile proprio quando costa qualcosa a chi lo compie.

Un esempio storico celeberrimo è quello di Eugenio Monti alle Olimpiadi invernali di Innsbruck del 1964. Il bobista italiano mise a disposizione degli avversari britannici Tony Nash e Robin Dixon un componente necessario per riparare il loro mezzo. Gli inglesi poterono così gareggiare e conquistarono l’oro; Monti terminò con il bronzo. Alla domanda sul perché avesse aiutato avversari diretti, la risposta attribuita a Monti riassume perfettamente lo spirito sportivo: avevano vinto perché erano stati più veloci, non perché lui avesse prestato loro il pezzo.

Nel calcio, nel dicembre 2000, Paolo Di Canio rinunciò a segnare a porta vuota per fermare il pallone con le mani, dopo aver visto il portiere dell’Everton Paul Gerrard a terra infortunato. Era un’occasione concreta per ottenere un vantaggio; scelse invece di tutelare l’avversario.

Nel tennis, agli Internazionali d’Italia del 2005, Andy Roddick contestò un punto che gli era stato assegnato e che gli avrebbe consegnato la vittoria contro Fernando Verdasco. Roddick aveva visto che la palla dell’avversario era buona: segnalò l’errore, Verdasco rimase nel match e finì per vincerlo.

Questi casi non hanno tutti la stessa natura, ma presentano un filo comune: l’atleta rifiuta un vantaggio che gli appare contrario alla realtà o alla dignità della competizione.

La lezione per giovani scacchisti

Nell’attività scolastica e giovanile il fair play non deve essere ridotto a un richiamo finale del tipo “stringetevi la mano”. Va allenato come una competenza, al pari del calcolo delle varianti, della gestione del tempo e della capacità di analisi.

Un giovane scacchista può imparare che:

  • perdere una partita non equivale a perdere valore personale;
  • l’errore dell’avversario va punito sulla scacchiera, non provocato con comportamenti scorretti;
  • una decisione arbitrale contestabile non autorizza a litigare: si espongono i fatti con calma e si lascia decidere all’arbitro;
  • la correttezza online comprende il divieto assoluto di consultare motori, database, amici o familiari;
  • non è leale abbandonare silenziosamente una partita dal vivo senza arrendersi o informare l’arbitro: i regolamenti FIDE qualificano questo comportamento come scortese e potenzialmente sanzionabile per scarso spirito sportivo.

Un esercizio utile dopo ogni torneo potrebbe essere questo: oltre a chiedere agli allievi quale sia stata la loro migliore combinazione, chiedere loro di raccontare un episodio in cui hanno rispettato l’avversario, gestito bene una sconfitta o risolto correttamente un problema. In questo modo il comportamento diventa parte della valutazione della prestazione, non un’aggiunta marginale.

Vincere sulla scacchiera, crescere fuori

Il fair play non chiede al giocatore di essere ingenuo, remissivo o incapace di lottare. Al contrario: impone di lottare fino in fondo con gli strumenti legittimi del gioco. Prepararsi bene, cercare l’iniziativa, sfruttare un errore tattico, giocare per il punto intero in una posizione complessa: tutto questo è perfettamente coerente con la sportività.

Ciò che il fair play esclude è un’altra cosa: cercare il vantaggio fuori dalla partita, nell’inganno, nell’intimidazione, nell’abuso delle regole o nella delegittimazione dell’avversario.

Una vittoria ottenuta con correttezza resta una vittoria anche dopo che la partita è stata dimenticata. Una vittoria ottenuta barando, manipolando o umiliando lascia invece un risultato privo della sua parte più importante: l’onore sportivo.

Negli scacchi, più che in molti altri giochi, nessuno può fare una mossa al posto nostro. Ed è proprio questa libertà a rendere il fair play una lezione tanto alta: scegliere la mossa corretta sulla scacchiera è importante; scegliere il comportamento corretto quando nessuno può obbligarci lo è ancora di più.

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