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Il Gambetto Islandese
Inquadramento e Sequenza di Mosse:
Il Gambetto Islandese scaturisce dalla sequenza 1.e4 d5 2.exd5 Cf6 3.c4 e6!?

La continuazione principale prevede 4.dxe6 Axe6, dove il Nero cede un pedone centrale per massimizzare la velocità di mobilitazione dei propri pezzi.
Esiste una ramificazione denominata Delayed Icelandic Gambit (Gambetto Islandese Ritardato) originata dall’ordine di mosse: 1.e4 d5 2.exd5 Cf6 3.d4 Ag4!? 4.f3 Af5 5.c4 e6 6.dxe6 Cc6!, che traspone nel Gambetto Portoghese.

Origini Storiche ed Esponenti:
L’apertura è emersa alla fine degli anni ’80 grazie a giovani maestri islandesi (in seguito Grandi Maestri), nello specifico Hannes Stefansson e Throstur Thorhallsson.
Ha raggiunto un picco di popolarità nel corso degli anni ’90.
Tra i giocatori che hanno impiegato con successo il sistema figurano l’IM David Strauss, il GM Darwin Laylo e il GM Julian Hodgson (celebre la partita Kuijf-Hodgson, Wijk aan Zee 1989).
Piani Strategici e Tattici del Nero:
Sviluppo rapido e linee aperte: Il Nero punta ad aprire le colonne centrali, piazzare le torri al centro e arroccare sul lato di donna.
Pressione sul Re bianco: L’obiettivo primario è impedire al Bianco di consolidarsi, sfruttando la colonna aperta e e la morsa sulla casa d4 prima che il monarca avversario trovi riparo.
Linee Critiche e Risposte del Bianco:
- 5.Cf3!: È considerata all’unanimità la mossa migliore e il test critico della variante per evitare di concedere tempi di sviluppo gratuiti al Nero.
- In risposta a 5.Cf3, la linea moderna fa perno su 5…De7! seguita da 6.De2 Cc6 7.d4 0-0-0 (o 7…Ag4), poiché la ritirata/sviluppo 5…Cc6 6.d4 Ab4+ 7.Cc3 non offre al Nero compenso sufficiente.
- 4.d4?!: Considerata priva di ambizione; dopo 4…exd5 5.Cc3 Ab4! il Nero ottiene una versione vantaggiosa della Variante di Cambio della Difesa Francese.
Discrepanze e Valutazioni Teoriche Divergenti:
Scetticismo Teorico (Houska / Emms): Jovanka Houska sostiene che oggettivamente il Nero non possieda pieno compenso per il pedone (“objectively Black probably doesn’t have sufficient compensation”); John Emms concorda affermando che dal punto di vista teorico il Bianco dovrebbe mantenere il vantaggio, pur rilevando che a livello pratico il Nero ha mantenuto percentuali elevate, fino al 50%.
Piena Correttezza (Lakdawala): Cyrus Lakdawala contraddice la visione scettica, definendo il sistema “absolutely sound” alla luce del pesante ritardo di sviluppo in cui incorre il Bianco.
Rifiuto Statistico (Soszynski): Marek Soszynski rifiuta l’Islandese nel proprio repertorio a favore di 3…c6, evidenziando come quest’ultima sia più solida, ottenga statistiche migliori (“safer and scores better”) e superi nettamente 3…e6 in popolarità.
Bibliografia Ragionata
- John Emms – The Scandinavian (Everyman Chess, 2004, 2ª ed.):
- Capitolo di Riferimento: Capitolo 10 (2…Nf6: The Icelandic Gambit (3 c4 e6), pp. 166–174).
- Contenuto ed Analisi: È la trattazione teorica più dettagliata presente nelle fonti. Analizza la genealogia storica islandese, la confutazione del piano passivo del Bianco e le partite magistrali (Morin-Corbat, Kuijf-Hodgson, Martin del Campo-Thorhallsson, Thirion-Berend). Classifica 5.Cf3 come test critico e dimostra come il Nero possa ottenere compenso posizionale inatteso attraverso 5…De7 e 7…Ag4.
- Jovanka Houska – Starting Out: The Scandinavian (Everyman Chess, 2009):
- Capitolo di Riferimento: Capitolo 15 (3 c4 and 3 Bb5+, pp. 177–179).
- Contenuto ed Analisi: Fornisce un’introduzione didattica orientata ai principi guida (controllo di d4, pressione sulla colonna e aperta). Pur ammettendo l’insufficienza oggettiva a gioco corretto, evidenzia l’utilità pratica della linea contro giocatori impreparati che cadono nelle trappole derivanti da 5.d4?! Ab4+.
- Cyrus Lakdawala – First Steps: The Scandinavian (Everyman Chess, 2017):
- Capitoli di Riferimento: Introduzione e Capitolo 6 (2…Nf6, pp. 58–59, 73).
- Contenuto ed Analisi: Rappresenta la voce dichiaratamente a favore della variante nel panorama teorico. Illustra partite pratiche di maestri d’attacco (Strauss, Laylo, Hodgson) e argomenta che il massiccio vantaggio di mobilitazione del Nero offra una piena e corretta compensazione dinamica.
- Marek Soszynski – The Scandinavian Defence: Winning with 2…Nf6 (MarekMedia, 2022):
- Capitoli di Riferimento: Introduzione e Capitolo 4 (1.e4 d5 2.exd5 Nf6 3.c4 c6).
- Contenuto ed Analisi: Costituisce la prospettiva critica e prudenziale. L’autore sceglie esplicitamente di omettere il Gambetto Islandese dal proprio repertorio consigliato per il Nero, giudicando la spinta alternativa 3…c6 più solida, affidabile e supportata da percentuali statistiche di punteggio superiori.
- Sergey Kasparov – Understanding the Scandinavian (Gambit Publications, 2015):
- Capitolo di Riferimento: Capitolo 6 (2…Nf6, p. 165).
- Contenuto ed Analisi: Inquadra sinteticamente 3…e6 come alternativa “più ambiziosa e rischiosa” rispetto alla solida trasposizione operata tramite 3…c6 verso le strutture Panov.
- Selby Anderson – Scandinavian: The Portuguese Variation (Pickard & Son, 1997):
- Capitolo di Riferimento: Capitolo 5.
- Contenuto ed Analisi: Esamina la risposta del Bianco 3.c4 e contestualizza l’Islandese come sistema gemello della variante Portoghese (3.d4 Ag4), con cui condivide la filosofia di gioco basata sul sacrificio pedonale per l’iniziativa immediata.
- John Roush, Mark Lance & Mike Cornell – Scandinavian Defense: Portuguese Variation (CEI, 1997):
- Capitolo di Riferimento: Capitolo 1 (Delayed Icelandic Gambit, pp. 13–20)
- Contenuto ed Analisi: Documenta in modo specifico la deviazione tattica del “Gambetto Islandese Ritardato” (1.e4 d5 2.exd5 Nf6 3.d4 Bg4!? 4.f3 Bf5 5.c4 e6 6.dxe6 Nc6!), fornendo schemi di sviluppo alternativi per aggirare le preparazioni standard del Bianco
Serafino Dubois

Serafino Dubois, il campione romano che sfidò l’Europa
Il 10 ottobre 1817 nasceva a Roma Serafino Dubois, il giocatore che le fonti italiane descrivono senza esitazioni come “il più forte scacchista italiano dell’Ottocento” (Wikipedia). Eppure il suo nome, fuori dalla cerchia degli appassionati di storia, è quasi dimenticato. Vale la pena di riscoprirlo: la sua vita racconta i grandi match dell’epoca romantica, la scomparsa delle antiche regole italiane e l’inizio del lungo isolamento scacchistico del nostro Paese.
Gli anni romani e il match con Wyvill
Nella prima metà dell’Ottocento i tornei erano rari e i maestri si misuravano soprattutto in match. Dubois ne giocò molti contro i migliori d’Europa, dagli anni Quaranta ai Sessanta, e perdeva di rado, spesso concedendo pedone e mossa di vantaggio (Wikipedia).
Il primo grande banco di prova fu la lunga serie del 1846 a Roma contro l’inglese Marmaduke Wyvill, uno dei migliori giocatori britannici: Dubois vinse 55-26 a gioco pari e perse 39-30 quando concedeva pedone e mossa (Wikipedia). Il dato acquista valore se si pensa che Wyvill, cinque anni dopo, sarebbe arrivato secondo nel primo torneo internazionale della storia, Londra 1851 (Jeremy Spinrad, ChessCafe).
A Londra 1851 Dubois non c’era. Nelle sue memorie racconta di aver chiesto al Duca Caetani, suo protettore, di promuovere una sottoscrizione, ma il nobile “cominciò a tergiversare e a prendere la cosa in burletta”: “così perdetti la più bella occasione che mi si fosse mai presentata di fortificarmi al contatto dei Grandi Maestri” (Uno Scacchista). E aggiunge, con un velo di amarezza, che Wyvill, al quale poteva “dare qualsiasi pedina e mossa”, prese il secondo premio.
Parigi 1855: trionfo alla Régence
Nell’estate del 1855 Dubois partì per Parigi, convinto di partecipare a un grande torneo legato all’Esposizione universale; il torneo saltò e lo seppe quando era già in viaggio (Le Café de la Régence). Restò comunque mesi in città e al celebre Café de la Régence giocò almeno quattro match, battendo Jules Arnous de Rivière (21 vittorie, 8 sconfitte, 3 patte), Seguin, Budzinsky e Lécrivain (22 vittorie, 5 sconfitte, 2 patte) (Wikipedia).
Le memorie di quel soggiorno sono deliziose. Dubois incontrò il futuro presidente della Repubblica Jules Grévy, giudicato “un giocatore di bella forza”, e giocò più volte con il poeta Alfred de Musset, al quale finì per concedere pedone e due mosse (Le Café de la Régence). Musset, che teneva spesso accanto a sé una bottiglia di assenzio, dopo qualche sconfitta gli ricordò piccato che La Bourdonnais gli dava il cavallo e perfino la torre; la discussione si chiuse con un brindisi di champagne all’attrice Adelaide Ristori (Le Café de la Régence). Dubois riassunse l’estate con una battuta orgogliosa: gli italiani trionfavano su tutta la linea a Parigi, “Verdi all’Opéra, Ristori agli Italiens e Dubois alla Régence” (Le Café de la Régence).
Di ritorno a Roma, nel 1858 batté al Caffè Antonini lo scrittore russo Ivan Turgenev, in 25 mosse e dandogli pedone e mossa (Wikipedia).
Quanto era forte, in termini moderni? Secondo le stime retrospettive di Chessmetrics, Dubois toccò il suo massimo nel gennaio 1857 con 2642 punti e fu il primo della classifica mondiale per trenta mesi, da marzo 1856 ad agosto 1858, quando fu superato da Paul Morphy (Wikipedia). È una ricostruzione statistica da prendere con cautela, ma conferma l’impressione dei contemporanei.
Londra 1862 e la sfida con Steinitz
Il palcoscenico internazionale arrivò finalmente con il torneo di Londra del 1862, giocato durante la seconda Esposizione universale. Dubois si classificò quinto, davanti a un giovane Wilhelm Steinitz, futuro primo campione del mondo (Wikipedia). I premi andarono ad Anderssen (100 sterline), Paulsen, Owen, MacDonnell, Dubois (10 sterline) e Steinitz (5 sterline) (Viquipèdia).
Il risultato avrebbe potuto essere migliore: Dubois perse sulla scacchiera solo con Steinitz e Anderssen e batté Paulsen, ma per problemi di salute dovette lasciare a tavolino i punti contro MacDonnell e Owen (Wikipedia DE). Lui stesso scrisse di essere arrivato a Londra “già indebolito di corpo e di spirito” (Uno Scacchista).
Subito dopo il torneo Steinitz lo sfidò a un match e vinse con 5 vittorie, 1 patta e 3 sconfitte (Wikipedia DE). Una curiosità: Bobby Fischer commentò quelle partite in un articolo, sostenendo che il match fu equilibrato finché i due non si accordarono per dividere la posta a prescindere dal risultato; a quel punto Dubois si rilassò e Steinitz prese il sopravvento (Uno Scacchista).
Una partita memorabile
La partita più celebre di Dubois è, paradossalmente, una sconfitta: Dubois-Steinitz, Londra 1862. È però una lezione perfetta su due temi: l’attacco di pedoni contro l’arrocco e il pericolo dell’inchiodatura dell’alfiere in h4/g3. La notazione segue il libro del torneo del 1864, nella versione riportata da Wikipedia DE.
Dubois – Steinitz, Londra 1862 (Partita Italiana, “Pianissimo”)
1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3.Ac4 Ac5 4.O-O Cf6 5.d3 d6 6.Ag5 h6 7.Ah4 g5 8.Ag3 h5 9.h4 Ag4 10.c3 Dd7 11.d4 exd4 12.e5 dxe5 13.Axe5 Cxe5 14.Cxe5 Df5 15.Cxg4 hxg4 16.Ad3 Dd5 17.b4 O-O-O 18.c4 Dc6 19.bxc5 Txh4 20.f3 Tdh8 21.fxg4 De8 22.De2 De3+ 23.Dxe3 dxe3 24.g3 Th1+ 25.Rg2 T8h2+ 26.Rf3 Txf1+ 27.Axf1 Tf2+ 28.Rxe3 Txf1 29.a4 Rd7 30.Rd3 Cxg4 31.Rc3 Ce3 32.Ta2 Txb1 33.Td2+ Rc6 34.Te2 Tc1+ 35.Rd2 Tc2+ 36.Rxe3 Txe2+ 37.Rxe2 f5 0-1
Spunti didattici:
- 7…g5 e 8…h5. All’epoca questa avanzata diretta dei pedoni di Steinitz era un concetto nuovo (Wikipedia DE). Il Nero non ha ancora arroccato e può permettersi di “lanciare” i pedoni contro il Re bianco.
- 17…O-O-O. Steinitz lascia un pezzo per aprire la colonna h: l’alfiere c5 è perduto, ma le torri arrivano sul Re bianco.
- Il 22° tratto. Il Bianco poteva difendersi meglio con 22.Af5+ Rb8 23.Te1, già indicato da Tarrasch nel 1897 (Wikipedia DE). Una curiosità per gli allievi più grandi: quasi tutti i libri, da Réti a Euwe, riportano per errore 22.De1, ripetendo un refuso apparso già nel 1862 (Wikipedia DE). È un buon esempio di come anche le fonti classiche vadano verificate.
Dalla stessa posizione nasce una trappola famosa. Nella partita Knorre-Čigorin, San Pietroburgo 1874, dopo le prime otto mosse identiche il Bianco prese il pedone con 9.Cxg5 e fu punito (Wikipedia DE):
9.Cxg5 h4 10.Cxf7 hxg3 11.Cxd8 Ag4 12.Dd2 Cd4 13.Cc3 Cf3+ 14.gxf3 Axf3 0-1
Il Nero sacrifica la Donna e il matto, con il pedone g3 o con la torre h8, non si può più evitare. Steinitz aveva già pubblicato la variante nelle sue note, e la stessa sequenza ha dato vittorie lampo al Nero fino ai giorni nostri (Wikipedia DE). Proporla agli allievi come esercizio (“Il Bianco può prendere in g5?”) funziona sempre.
Il paladino delle regole italiane
Dubois giocò all’estero con le regole “francesi”, cioè quelle oggi internazionali, ma in Italia si giocava ancora “all’italiana”. Le differenze principali erano tre (Uno Scacchista):
- Niente presa en passant, sostituita dal “passar battaglia”.
- Arrocco libero: Re e Torre, scavalcandosi, potevano fermarsi su varie case. L’arrocco corto di oggi era chiamato “arrocco alla calabrese”, forse in omaggio a Gioachino Greco.
- Promozione limitata: il pedone poteva promuovere solo a un pezzo già catturato; se non ce n’erano, restava “sospeso” sull’ottava traversa in attesa.
Dubois difese strenuamente queste regole, sostenuto quasi solo dal russo Carl Jaenisch (Uno Scacchista). Nel 1874 scrisse l’articolo “Giuoco italiano o giuoco francese?”, che ebbe poco seguito, e alla fine consigliò agli amici di smettere ogni resistenza (Uno Scacchista). L’Italia adottò le regole internazionali nel 1881, anche se si diffusero ovunque solo verso la fine del secolo (Wikipedia).
Il canto del cigno delle regole italiane fu il Primo Torneo Nazionale di Roma, dal 25 aprile al 25 maggio 1875, giocato ancora con arrocco libero, senza en passant e con la promozione limitata (Accademia Scacchistica Romana). Nella fotografia ufficiale Dubois, allora cinquantottenne, è l’uomo in piedi, stempiato e con la barba bianca, leggermente a destra del tavolino centrale: lo ha identificato con certezza Valerio Luciani nel 2003, grazie a un’incisione de “L’Illustrazione Universale” dell’11 luglio 1875 (Accademia Scacchistica Romana).
Giornalista, teorico, organizzatore
Dubois fu anche un pioniere della stampa scacchistica. Nel 1847 curò a Roma la prima rubrica di scacchi italiana, su “L’Album”, e nel 1859 fondò con Augusto Ferrante “La Rivista degli Scacchi”, che uscì per un solo anno (Wikipedia). Fu la prima rivista scacchistica italiana: 24 numeri quindicinali, dal 15 gennaio al 30 dicembre 1859 (Accademia Scacchistica Romana).
Come teorico scrisse “Le principali aperture del giuoco degli scacchi sviluppato secondo i due sistemi italiano e francese” (1869-1873), opera in tre volumi rimasta incompiuta (Wikipedia). Gli si attribuiscono linee della Viennese e della Scozzese, oltre alla paternità teorica del Controgambetto Albin, che analizzò nel 1876 con un commento molto romano: “è una mia scappata, e ve la do per quel che vale” (Wikipedia).
Dopo un soggiorno di circa due anni nei Paesi Bassi dal 1863, tornò a Roma perché non riusciva ad abituarsi al clima (Wikipedia). Il suo ultimo match, nel 1881 contro Goldman di Manchester, finì 3-1 per lui; poi restarono soltanto “gli acciacchi della vecchiaia e i soliti problemi finanziari” (Wikiquote). Fu tra i promotori dell’Unione Scacchistica Italiana, nata nel 1898, un anno prima della sua morte (Schachfeld).
Verso il 1894 Dubois completò l’autobiografia “Quarant’anni di vita scacchistica” e chiese agli scacchisti di sottoscriverne la stampa, ma risposero una trentina di persone (Wikiquote). Le memorie uscirono postume a puntate tra il 1900 e il 1903 (Wikipedia). Oggi si possono leggere nel volume “Serafino Dubois – Quarant’anni di scacchi da campione”, che raccoglie l’autobiografia, una cinquantina di lettere inedite e oltre 300 partite con analisi verificate al computer (Scacco!).
Serafino Dubois morì il 15 gennaio 1899 a Roma (Wikipedia). Una sua frase sembra scritta apposta per chiudere la sua storia:
“Quando la morte si avvicinerà per applicarmi l’ultimo scacco matto, mi troverà con un libro di preghiere in mano e la scacchiera dinanzi.” (Wikiquote)
Dopo di lui l’Italia non ebbe più, per decenni, un giocatore capace di stare alla pari con i migliori del mondo. Ricordarlo oggi significa restituire al nostro Paese una pagina importante della storia degli scacchi.
Fair play negli scacchi

Convincere vale più che vincere
Negli scacchi il fair play non è un dettaglio cerimoniale: è la condizione che rende il risultato credibile, il confronto educativo e la vittoria davvero meritata. Significa rispettare regole, avversario, arbitro e gioco stesso; soprattutto, significa rifiutare l’idea che il fine — un punto, una coppa, qualche punto Elo — possa giustificare qualsiasi mezzo.
La parola inglese fair play viene spesso tradotta con “gioco leale”, ma il suo significato è più ampio: lealtà nella competizione, autocontrollo, rispetto della verità sportiva e responsabilità verso la comunità. Nella scacchiera, dove non esistono contatti fisici né arbitri che possono vedere ogni dettaglio della partita, questa dimensione interiore è ancora più importante: molte scelte corrette dipendono esclusivamente dalla coscienza del giocatore.
Il valore del risultato
Una partita di scacchi non è soltanto una successione di mosse legali. È un patto tra due persone: entrambi accettano le stesse regole e riconoscono che il valore del risultato dipende dalla correttezza del percorso.
Per questo il fair play si manifesta in gesti apparentemente semplici:
- stringere la mano, salutare o comunque iniziare e concludere con rispetto;
- annotare correttamente le mosse, quando previsto;
- non disturbare l’avversario, non commentare la partita, non cercare reazioni psicologiche scorrette;
- chiamare l’arbitro invece di discutere animatamente;
- accettare una sconfitta senza insulti, accuse impulsive o teatralità;
- non sfruttare strumenti esterni, consigli, dispositivi elettronici o motori di analisi;
- non avanzare accuse di cheating senza elementi concreti e senza seguire i canali appropriati.
La FIDE considera violazioni del fair play non solo l’uso deliberato di dispositivi elettronici o di suggerimenti esterni durante una partita, ma anche forme di manipolazione della competizione: combine, frodi sul rating, sandbagging, falsa identità e tornei fittizi. Le regole FIDE ricordano inoltre che anche le accuse manifestamente infondate di cheating possono costituire una violazione etica: proteggere il gioco significa dunque combattere sia l’imbroglio sia la calunnia.
Un gesto esemplare: Carlsen e Ding Liren
L’episodio più eloquente degli ultimi anni avvenne nel luglio 2020, durante la semifinale online del Chessable Masters fra Magnus Carlsen e Ding Liren.
Nella prima partita del match, Ding Liren si disconnesse in una posizione cruciale e perse per il problema tecnico. Carlsen avrebbe potuto limitarsi ad accettare il punto: formalmente il regolamento glielo consentiva. Ma il campione norvegese ritenne che quel vantaggio non rispecchiasse pienamente il valore scacchistico del confronto.
Nella partita successiva Carlsen cedette volontariamente la donna e abbandonò dopo appena quattro mosse, riportando il punteggio in parità. Poi vinse il match sul tavolo, nelle partite che seguirono. La sostanza del gesto è tutta qui: non rinunciò a competere, rinunciò a vincere grazie a un accidente tecnico dell’avversario.
La FIDE gli assegnò il Fair Play Svetozar Gligorić Trophy 2020, riconoscendo che, in una competizione ad alta posta in gioco, Carlsen aveva dimostrato che “vincere correttamente” conta più che vincere a qualunque costo.
Per chi insegna scacchi, questo è un episodio didatticamente prezioso. Non suggerisce che ogni inconveniente tecnico debba essere risolto unilateralmente dai giocatori — esistono arbitri, regolamenti e procedure — ma mostra una gerarchia di valori: prima la giustizia sportiva, poi il punteggio.
Il fair play oltre la scacchiera
Gli scacchi condividono con tutti gli sport una verità semplice: il gesto di correttezza diventa memorabile proprio quando costa qualcosa a chi lo compie.
Un esempio storico celeberrimo è quello di Eugenio Monti alle Olimpiadi invernali di Innsbruck del 1964. Il bobista italiano mise a disposizione degli avversari britannici Tony Nash e Robin Dixon un componente necessario per riparare il loro mezzo. Gli inglesi poterono così gareggiare e conquistarono l’oro; Monti terminò con il bronzo. Alla domanda sul perché avesse aiutato avversari diretti, la risposta attribuita a Monti riassume perfettamente lo spirito sportivo: avevano vinto perché erano stati più veloci, non perché lui avesse prestato loro il pezzo.
Nel calcio, nel dicembre 2000, Paolo Di Canio rinunciò a segnare a porta vuota per fermare il pallone con le mani, dopo aver visto il portiere dell’Everton Paul Gerrard a terra infortunato. Era un’occasione concreta per ottenere un vantaggio; scelse invece di tutelare l’avversario.
Nel tennis, agli Internazionali d’Italia del 2005, Andy Roddick contestò un punto che gli era stato assegnato e che gli avrebbe consegnato la vittoria contro Fernando Verdasco. Roddick aveva visto che la palla dell’avversario era buona: segnalò l’errore, Verdasco rimase nel match e finì per vincerlo.
Questi casi non hanno tutti la stessa natura, ma presentano un filo comune: l’atleta rifiuta un vantaggio che gli appare contrario alla realtà o alla dignità della competizione.
La lezione per giovani scacchisti
Nell’attività scolastica e giovanile il fair play non deve essere ridotto a un richiamo finale del tipo “stringetevi la mano”. Va allenato come una competenza, al pari del calcolo delle varianti, della gestione del tempo e della capacità di analisi.
Un giovane scacchista può imparare che:
- perdere una partita non equivale a perdere valore personale;
- l’errore dell’avversario va punito sulla scacchiera, non provocato con comportamenti scorretti;
- una decisione arbitrale contestabile non autorizza a litigare: si espongono i fatti con calma e si lascia decidere all’arbitro;
- la correttezza online comprende il divieto assoluto di consultare motori, database, amici o familiari;
- non è leale abbandonare silenziosamente una partita dal vivo senza arrendersi o informare l’arbitro: i regolamenti FIDE qualificano questo comportamento come scortese e potenzialmente sanzionabile per scarso spirito sportivo.
Un esercizio utile dopo ogni torneo potrebbe essere questo: oltre a chiedere agli allievi quale sia stata la loro migliore combinazione, chiedere loro di raccontare un episodio in cui hanno rispettato l’avversario, gestito bene una sconfitta o risolto correttamente un problema. In questo modo il comportamento diventa parte della valutazione della prestazione, non un’aggiunta marginale.
Vincere sulla scacchiera, crescere fuori
Il fair play non chiede al giocatore di essere ingenuo, remissivo o incapace di lottare. Al contrario: impone di lottare fino in fondo con gli strumenti legittimi del gioco. Prepararsi bene, cercare l’iniziativa, sfruttare un errore tattico, giocare per il punto intero in una posizione complessa: tutto questo è perfettamente coerente con la sportività.
Ciò che il fair play esclude è un’altra cosa: cercare il vantaggio fuori dalla partita, nell’inganno, nell’intimidazione, nell’abuso delle regole o nella delegittimazione dell’avversario.
Una vittoria ottenuta con correttezza resta una vittoria anche dopo che la partita è stata dimenticata. Una vittoria ottenuta barando, manipolando o umiliando lascia invece un risultato privo della sua parte più importante: l’onore sportivo.
Negli scacchi, più che in molti altri giochi, nessuno può fare una mossa al posto nostro. Ed è proprio questa libertà a rendere il fair play una lezione tanto alta: scegliere la mossa corretta sulla scacchiera è importante; scegliere il comportamento corretto quando nessuno può obbligarci lo è ancora di più.