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Non solo per gioco: la lezione di Neri Marcorè



Introduzione

Ci sono personaggi pubblici che muovono i pezzi a favore di telecamera per concedersi un’aura di intellettualismo d’occasione, e poi ci sono gli scacchisti autentici, quelli per cui le sessantaquattro caselle rappresentano un lessico interiore, una postura morale e cognitiva. Neri Marcorè appartiene senza ombra di dubbio a questa seconda categoria.

Dietro la naturalezza disarmante dell’attore, del cantante e dell’imitatore colto, si nasconde infatti una frequentazione con il gioco che affonda le radici nella giovinezza e, soprattutto, in un rigore filologico tutt’altro che comune.

Dalle Marche alla storiografia di Murray

La scintilla scocca lontano dai riflettori, tra i tavoli del circolo scacchistico di Civitanova Marche, a pochi chilometri dalla sua Porto Sant’Elpidio. Ma è durante gli anni universitari a Bologna che la passione compie un salto qualitativo decisivo. Iscritto alla Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori – e casualmente residente a pochi passi da quella che sarebbe diventata la cattedrale libraria del gioco in Italia, Le Due Torri – Marcorè sceglie per la sua tesi di diploma un’impresa che farebbe tremare i polsi a molti addetti ai lavori: la traduzione parziale di A History of Chess di H.J.R. Murray.

Non un manualetto di aperture o una raccolta di miniature brillanti, ma il testo sacro della storiografia scacchistica mondiale, pubblicato a Oxford nel 1913. Chiunque abbia aperto anche solo una pagina di Murray conosce la densità erudita, linguistica e archivistica di quell’opera monumentale. Questa solida competenza storica ha portato in seguito Marcorè a firmare la prefazione de La grande storia degli scacchi di Mario Leoncini, confermando una cifra che non è solo quella dell’appassionato, ma del vero e proprio uomo di cultura del gioco.

Filosofia di gioco: il tempo per pensare e il rifiuto della frenesia

Come gioca, dunque, chi ha tradotto le origini del chaturanga e dello shatranj? Marcorè è un giocatore concreto, che rifiuta categoricamente la dittatura del cronometro tipica del blitz moderno. La cadenza rapida da un minuto o tre minuti, oggi tanto in voga sulle piattaforme online, è per lui antitetica alla natura del gioco: genera sviste grossolane e appiattisce la qualità.

Il suo terreno prediletto sono i 30 minuti: il tempo necessario per costruire un’idea, valutare un piano e ponderare le varianti. Sulla scacchiera, le sue scelte riflettono un temperamento aperto e leale: col Bianco spinge invariabilmente il pedone di Re ($1.e4$) e, per autentico spirito cavalleresco, accetta qualunque gambetto gli venga proposto. Col Nero, contro $1.e4$, imposta una risposta simmetrica con $1…e5$, ricercando la solidità del gioco piano e strutture logiche speculari.

Non mancano le rivalità storiche, coltivate fuori dalle sale di torneo ma con identico accanimento: celebri sono le sue infinite partite di backstage con l’amico e cantautore Luca Barbarossa, compagno di tournée e complice di lunghe sfide notturne a colpi di cavalli e alfieri.

L’etica dell’errore e la ricerca del “Piano B”

Se la tecnica definisce la partita, è nella visione pedagogica ed etica che le riflessioni di Marcorè offrono gli spunti più profondi. Nella sua prefazione al testo di Leoncini ha scritto parole che ogni istruttore e ogni allievo dovrebbero tenere a mente:

«Mettere in conto l’errore, accettarlo, riconoscere la bravura dell’avversario, cercare di fare meglio la volta successiva senza crocifiggersi è un esercizio altamente terapeutico ed educativo che dalla scacchiera può agilmente trasferirsi a campi “di battaglia” ben più importanti, ammesso che ci sia qualcosa di più importante degli scacchi».

In una società che stigmatizza il fallimento o che cerca scorciatoie miracolistiche, la scacchiera educa al principio di realtà. L’errore non è una colpa morale da espiare, ma un dato oggettivo da analizzare con lucidità. Da qui discende quello che l’attore definisce l’insegnamento più prezioso degli scacchi: l’esistenza costante di un «Piano B». Anche quando la posizione è compromessa o il piano strategico originario è andato in fumo, il compito del giocatore non è abbandonarsi alla rassegnazione sperando nella svista dell’altro, bensì esplorare la contromossa nascosta, quella coordinazione difensiva capace di limitare i danni e riaprire il percorso.

La salvaguardia della cavalleria

C’è infine un monito critico che Marcorè rivolge all’evoluzione contemporanea del gioco sul web: la nostalgia per quella cavalleria di sala che la mediazione degli schermi anonimi e delle chat online tende a degradare in arroganza o aggressività gratuita. Per lui la scacchiera resta un luogo d’incontro, di rispetto reciproco e di silenzio operoso, dove 64 caselle bastano e avanzano per generare un universo inesauribile di combinazioni e di pensiero.

Un promemoria prezioso: per giocare bene a scacchi, prima ancora del calcolo delle varianti, serve l’eleganza di saper guardare la realtà da molteplici prospettive.

Re, generali e star del cinema: quando i famosi si siedono davanti alla scacchiera

Introduzione

Gli scacchi hanno una caratteristica rara: non fanno distinzioni. Davanti a 64 caselle e 32 pezzi l’imperatore e lo studente partono alla pari, ognuno con le sue idee e i suoi errori. Forse è per questo che, nei secoli, tantissimi personaggi famosi (condottieri, scienziati, artisti, attori, musicisti) hanno coltivato una passione vera per il “nobil giuoco”. Vediamone alcuni, tra curiosità, aneddoti e qualche leggenda da prendere con un pizzico di sale.

Condottieri e uomini di Stato

Napoleone Bonaparte

Sui campi di battaglia era un genio della strategia, ma sulla scacchiera molto meno. Napoleone amava giocare, però secondo i racconti dell’epoca era un giocatore impulsivo, che non accettava volentieri la sconfitta. L’aneddoto più famoso è la sfida contro il “Turco”, il celebre automa giocatore di scacchi presentato in tutta Europa. Il Turco in realtà era un trucco: dentro c’era nascosto un abile scacchista. Secondo la tradizione, Napoleone lo affrontò nel 1809 a Vienna e perse. Si racconta che abbia anche provato a fare mosse illegali per mettere alla prova la macchina, e che l’automa abbia reagito spazzando via i pezzi dalla scacchiera. Anche durante l’esilio a Sant’Elena gli scacchi lo accompagnarono fino agli ultimi anni.

Benjamin Franklin

Uno dei padri fondatori degli Stati Uniti fu anche uno dei primi grandi “divulgatori” degli scacchi. Nel suo breve saggio “The Morals of Chess” (“La morale degli scacchi”) Franklin sostiene che il gioco insegna tre virtù utili nella vita:

  • la previdenza, cioè guardare avanti e valutare le conseguenze;
  • la circospezione, cioè osservare tutta la scacchiera e i rapporti tra i pezzi;
  • la prudenza, cioè non muovere troppo in fretta.

Aggiunge anche un’altra lezione: non scoraggiarsi quando le cose vanno male, perché una posizione difficile si può ancora salvare. È un testo che ancora oggi si legge volentieri anche in classe.

Lenin, Che Guevara e Fidel Castro

Gli scacchi hanno avuto un posto importante anche nella storia politica del Novecento. Lenin era un appassionato giocatore, e dopo la Rivoluzione l’Unione Sovietica fece degli scacchi un vero programma educativo nazionale, da cui nacque la grande scuola sovietica. Ernesto “Che” Guevara era un giocatore entusiasta e, insieme a Fidel Castro, sostenne con forza gli scacchi a Cuba: nel 1966 L’Avana ospitò le Olimpiadi degli scacchi. Esistono anche fotografie del Che alla scacchiera con grandi maestri.

Scienziati e pensatori

Albert Einstein

Einstein conosceva bene gli scacchi ed era amico di Emanuel Lasker, campione del mondo per 27 anni (e matematico anche lui). Curiosamente, Einstein non era un fanatico del gioco: lo trovava fin troppo coinvolgente e competitivo. Rispettava però moltissimo Lasker come pensatore e scrisse la prefazione a una sua biografia.

Jean-Jacques Rousseau e Voltaire

Nella Parigi del Settecento il luogo di ritrovo degli scacchisti era il Café de la Régence. Lì passarono filosofi, scrittori e intellettuali, tra cui Rousseau, che giocava con passione. Anche Voltaire era un giocatore abituale. Gli scacchi, all’epoca, erano parte della vita culturale dei caffè, come oggi una discussione sui social.

Scrittori

Lewis Carroll

L’autore di “Alice nel Paese delle Meraviglie” era un matematico con la passione per i giochi logici. Il seguito, “Attraverso lo specchio”, è costruito proprio come una partita a scacchi: Alice parte come pedone e, attraversando la scacchiera casella dopo casella, arriva all’ottava traversa e diventa regina. È un’ottima idea per un’attività didattica con i più piccoli.

Vladimir Nabokov

Lo scrittore di “Lolita” era un forte giocatore e soprattutto un appassionato compositore di problemi di scacchi. Il suo romanzo “La difesa di Lužin” racconta la vita di un grande maestro geniale e tormentato, ed è uno dei romanzi più belli mai scritti sugli scacchi.

Edgar Allan Poe, Stefan Zweig, Jorge Luis Borges

Poe dedicò un saggio al misterioso Turco, cercando di dimostrare che dentro doveva esserci un uomo. Stefan Zweig scrisse “Novella degli scacchi”, breve e intensissima, ancora oggi uno dei libri più letti sul tema. Borges dedicò al gioco due poesie intitolate “Scacchi”, in cui si chiede quale dio muova il giocatore che muove i pezzi.

Artisti e musicisti

Marcel Duchamp

Ecco un caso unico: uno degli artisti più importanti del Novecento, il padre dell’arte concettuale, a un certo punto disse in pratica di preferire gli scacchi all’arte. Duchamp raggiunse un livello da maestro e giocò per la Francia alle Olimpiadi degli scacchi. Una sua frase molto citata dice che non tutti gli artisti sono scacchisti, ma tutti gli scacchisti sono artisti.

Sergej Prokof’ev

Il grande compositore russo era un giocatore molto forte. In una simultanea del 1914 riuscì addirittura a battere José Raúl Capablanca, che di lì a pochi anni sarebbe diventato campione del mondo. Più tardi giocò anche contro altri grandi maestri e scrisse dei suoi incontri con grande entusiasmo.

Ray Charles

Il leggendario musicista, cieco fin da bambino, era un appassionato giocatore. Usava una scacchiera speciale, con i pezzi distinguibili al tatto e fissati alle caselle. Un esempio bellissimo da raccontare agli allievi: gli scacchi sono davvero un gioco per tutti.

Il mondo del cinema

Humphrey Bogart

Il protagonista di “Casablanca” era uno scacchista vero, non solo sullo schermo. Era un buon giocatore di club, giocava anche per corrispondenza e affrontò grandi maestri in esibizione. Non è un caso che nel film “Casablanca” il suo personaggio, Rick, compaia mentre analizza una partita da solo.

Stanley Kubrick

Prima di diventare uno dei registi più grandi di sempre, il giovane Kubrick si guadagnava qualche dollaro giocando a scacchi nei parchi di New York. Diceva che gli scacchi gli avevano insegnato la pazienza e la disciplina nel prendere decisioni, qualità preziose anche sul set. In “2001: Odissea nello spazio” c’è una famosa partita tra l’astronauta Frank Poole e il computer HAL 9000, tratta da una vera partita giocata all’inizio del Novecento.

Ingmar Bergman e “Il settimo sigillo”

Non parliamo qui di un giocatore, ma di un’immagine entrata nella storia del cinema: un cavaliere che gioca a scacchi con la Morte per guadagnare tempo. È una delle scene più celebri e imitate di sempre, e mostra quanto gli scacchi siano diventati simbolo della sfida tra l’uomo e il destino.

John Wayne e tanti altri

Molte star di Hollywood ammazzavano le lunghe attese sul set davanti alla scacchiera. John Wayne era uno di questi, e sono numerose le fotografie che lo ritraggono mentre gioca tra una ripresa e l’altra.

Sportivi

Lennox Lewis e i fratelli Klitschko

Gli scacchi e la boxe sembrano mondi opposti, eppure diversi grandi pugili ne sono appassionati. L’ex campione dei pesi massimi Lennox Lewis parlava spesso dell’importanza degli scacchi per allenare la mente, e anche Vladimir Klitschko è un noto appassionato. Esiste perfino uno sport che unisce le due cose: il chess boxing, in cui si alternano round di scacchi e round di pugilato.

Una storia antica: re e regine

Per secoli gli scacchi furono il “gioco dei re”. Alfonso X di Castiglia, detto il Saggio, fece realizzare nel 1283 il “Libro dei giochi”, un manoscritto riccamente miniato che è uno dei documenti più preziosi della storia degli scacchi. In Italia, nel Rinascimento, il matematico Luca Pacioli scrisse un trattato sugli scacchi, e c’è chi ha ipotizzato che alcune illustrazioni possano essere legate a Leonardo da Vinci: un’ipotesi affascinante, ma ancora discussa dagli studiosi.

Perché tanti famosi amano gli scacchi?

Le ragioni sono molte, ma ne emergono tre:

  1. Allenano la mente. Concentrazione, memoria, capacità di pianificare: qualità utili a un generale come a un regista.
  2. Insegnano a perdere e a rialzarsi. Ogni sconfitta è una lezione, come ricordava Franklin.
  3. Sono un linguaggio universale. Non serve parlare la stessa lingua per giocare una partita.

Ed è forse questo il messaggio più bello da portare ai nostri allievi: gli scacchi non sono un gioco per pochi geni, ma una passione che ha unito imperatori, scienziati, artisti e campioni dello sport. Basta una scacchiera e la voglia di pensare.

E voi? Conoscete altri personaggi famosi appassionati di scacchi? Scrivetelo nei commenti.

Serafino Dubois

Serafino Dubois, il campione romano che sfidò l’Europa

Il 10 ottobre 1817 nasceva a Roma Serafino Dubois, il giocatore che le fonti italiane descrivono senza esitazioni come “il più forte scacchista italiano dell’Ottocento” (Wikipedia). Eppure il suo nome, fuori dalla cerchia degli appassionati di storia, è quasi dimenticato. Vale la pena di riscoprirlo: la sua vita racconta i grandi match dell’epoca romantica, la scomparsa delle antiche regole italiane e l’inizio del lungo isolamento scacchistico del nostro Paese.

Gli anni romani e il match con Wyvill

Nella prima metà dell’Ottocento i tornei erano rari e i maestri si misuravano soprattutto in match. Dubois ne giocò molti contro i migliori d’Europa, dagli anni Quaranta ai Sessanta, e perdeva di rado, spesso concedendo pedone e mossa di vantaggio (Wikipedia).

Il primo grande banco di prova fu la lunga serie del 1846 a Roma contro l’inglese Marmaduke Wyvill, uno dei migliori giocatori britannici: Dubois vinse 55-26 a gioco pari e perse 39-30 quando concedeva pedone e mossa (Wikipedia). Il dato acquista valore se si pensa che Wyvill, cinque anni dopo, sarebbe arrivato secondo nel primo torneo internazionale della storia, Londra 1851 (Jeremy Spinrad, ChessCafe).

A Londra 1851 Dubois non c’era. Nelle sue memorie racconta di aver chiesto al Duca Caetani, suo protettore, di promuovere una sottoscrizione, ma il nobile “cominciò a tergiversare e a prendere la cosa in burletta”: “così perdetti la più bella occasione che mi si fosse mai presentata di fortificarmi al contatto dei Grandi Maestri” (Uno Scacchista). E aggiunge, con un velo di amarezza, che Wyvill, al quale poteva “dare qualsiasi pedina e mossa”, prese il secondo premio.

Parigi 1855: trionfo alla Régence

Nell’estate del 1855 Dubois partì per Parigi, convinto di partecipare a un grande torneo legato all’Esposizione universale; il torneo saltò e lo seppe quando era già in viaggio (Le Café de la Régence). Restò comunque mesi in città e al celebre Café de la Régence giocò almeno quattro match, battendo Jules Arnous de Rivière (21 vittorie, 8 sconfitte, 3 patte), Seguin, Budzinsky e Lécrivain (22 vittorie, 5 sconfitte, 2 patte) (Wikipedia).

Le memorie di quel soggiorno sono deliziose. Dubois incontrò il futuro presidente della Repubblica Jules Grévy, giudicato “un giocatore di bella forza”, e giocò più volte con il poeta Alfred de Musset, al quale finì per concedere pedone e due mosse (Le Café de la Régence). Musset, che teneva spesso accanto a sé una bottiglia di assenzio, dopo qualche sconfitta gli ricordò piccato che La Bourdonnais gli dava il cavallo e perfino la torre; la discussione si chiuse con un brindisi di champagne all’attrice Adelaide Ristori (Le Café de la Régence). Dubois riassunse l’estate con una battuta orgogliosa: gli italiani trionfavano su tutta la linea a Parigi, “Verdi all’Opéra, Ristori agli Italiens e Dubois alla Régence” (Le Café de la Régence).

Di ritorno a Roma, nel 1858 batté al Caffè Antonini lo scrittore russo Ivan Turgenev, in 25 mosse e dandogli pedone e mossa (Wikipedia).

Quanto era forte, in termini moderni? Secondo le stime retrospettive di Chessmetrics, Dubois toccò il suo massimo nel gennaio 1857 con 2642 punti e fu il primo della classifica mondiale per trenta mesi, da marzo 1856 ad agosto 1858, quando fu superato da Paul Morphy (Wikipedia). È una ricostruzione statistica da prendere con cautela, ma conferma l’impressione dei contemporanei.

Londra 1862 e la sfida con Steinitz

Il palcoscenico internazionale arrivò finalmente con il torneo di Londra del 1862, giocato durante la seconda Esposizione universale. Dubois si classificò quinto, davanti a un giovane Wilhelm Steinitz, futuro primo campione del mondo (Wikipedia). I premi andarono ad Anderssen (100 sterline), Paulsen, Owen, MacDonnell, Dubois (10 sterline) e Steinitz (5 sterline) (Viquipèdia).

Il risultato avrebbe potuto essere migliore: Dubois perse sulla scacchiera solo con Steinitz e Anderssen e batté Paulsen, ma per problemi di salute dovette lasciare a tavolino i punti contro MacDonnell e Owen (Wikipedia DE). Lui stesso scrisse di essere arrivato a Londra “già indebolito di corpo e di spirito” (Uno Scacchista).

Subito dopo il torneo Steinitz lo sfidò a un match e vinse con 5 vittorie, 1 patta e 3 sconfitte (Wikipedia DE). Una curiosità: Bobby Fischer commentò quelle partite in un articolo, sostenendo che il match fu equilibrato finché i due non si accordarono per dividere la posta a prescindere dal risultato; a quel punto Dubois si rilassò e Steinitz prese il sopravvento (Uno Scacchista).

Una partita memorabile

La partita più celebre di Dubois è, paradossalmente, una sconfitta: Dubois-Steinitz, Londra 1862. È però una lezione perfetta su due temi: l’attacco di pedoni contro l’arrocco e il pericolo dell’inchiodatura dell’alfiere in h4/g3. La notazione segue il libro del torneo del 1864, nella versione riportata da Wikipedia DE.

Dubois – Steinitz, Londra 1862 (Partita Italiana, “Pianissimo”)

1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3.Ac4 Ac5 4.O-O Cf6 5.d3 d6 6.Ag5 h6 7.Ah4 g5 8.Ag3 h5 9.h4 Ag4 10.c3 Dd7 11.d4 exd4 12.e5 dxe5 13.Axe5 Cxe5 14.Cxe5 Df5 15.Cxg4 hxg4 16.Ad3 Dd5 17.b4 O-O-O 18.c4 Dc6 19.bxc5 Txh4 20.f3 Tdh8 21.fxg4 De8 22.De2 De3+ 23.Dxe3 dxe3 24.g3 Th1+ 25.Rg2 T8h2+ 26.Rf3 Txf1+ 27.Axf1 Tf2+ 28.Rxe3 Txf1 29.a4 Rd7 30.Rd3 Cxg4 31.Rc3 Ce3 32.Ta2 Txb1 33.Td2+ Rc6 34.Te2 Tc1+ 35.Rd2 Tc2+ 36.Rxe3 Txe2+ 37.Rxe2 f5 0-1

Spunti didattici:

  • 7…g5 e 8…h5. All’epoca questa avanzata diretta dei pedoni di Steinitz era un concetto nuovo (Wikipedia DE). Il Nero non ha ancora arroccato e può permettersi di “lanciare” i pedoni contro il Re bianco.
  • 17…O-O-O. Steinitz lascia un pezzo per aprire la colonna h: l’alfiere c5 è perduto, ma le torri arrivano sul Re bianco.
  • Il 22° tratto. Il Bianco poteva difendersi meglio con 22.Af5+ Rb8 23.Te1, già indicato da Tarrasch nel 1897 (Wikipedia DE). Una curiosità per gli allievi più grandi: quasi tutti i libri, da Réti a Euwe, riportano per errore 22.De1, ripetendo un refuso apparso già nel 1862 (Wikipedia DE). È un buon esempio di come anche le fonti classiche vadano verificate.

La trappola nascosta

Dalla stessa posizione nasce una trappola famosa. Nella partita Knorre-Čigorin, San Pietroburgo 1874, dopo le prime otto mosse identiche il Bianco prese il pedone con 9.Cxg5 e fu punito (Wikipedia DE):

9.Cxg5 h4 10.Cxf7 hxg3 11.Cxd8 Ag4 12.Dd2 Cd4 13.Cc3 Cf3+ 14.gxf3 Axf3 0-1

Il Nero sacrifica la Donna e il matto, con il pedone g3 o con la torre h8, non si può più evitare. Steinitz aveva già pubblicato la variante nelle sue note, e la stessa sequenza ha dato vittorie lampo al Nero fino ai giorni nostri (Wikipedia DE). Proporla agli allievi come esercizio (“Il Bianco può prendere in g5?”) funziona sempre.

Il paladino delle regole italiane

Dubois giocò all’estero con le regole “francesi”, cioè quelle oggi internazionali, ma in Italia si giocava ancora “all’italiana”. Le differenze principali erano tre (Uno Scacchista):

  1. Niente presa en passant, sostituita dal “passar battaglia”.
  2. Arrocco libero: Re e Torre, scavalcandosi, potevano fermarsi su varie case. L’arrocco corto di oggi era chiamato “arrocco alla calabrese”, forse in omaggio a Gioachino Greco.
  3. Promozione limitata: il pedone poteva promuovere solo a un pezzo già catturato; se non ce n’erano, restava “sospeso” sull’ottava traversa in attesa.

Dubois difese strenuamente queste regole, sostenuto quasi solo dal russo Carl Jaenisch (Uno Scacchista). Nel 1874 scrisse l’articolo “Giuoco italiano o giuoco francese?”, che ebbe poco seguito, e alla fine consigliò agli amici di smettere ogni resistenza (Uno Scacchista). L’Italia adottò le regole internazionali nel 1881, anche se si diffusero ovunque solo verso la fine del secolo (Wikipedia).

Il canto del cigno delle regole italiane fu il Primo Torneo Nazionale di Roma, dal 25 aprile al 25 maggio 1875, giocato ancora con arrocco libero, senza en passant e con la promozione limitata (Accademia Scacchistica Romana). Nella fotografia ufficiale Dubois, allora cinquantottenne, è l’uomo in piedi, stempiato e con la barba bianca, leggermente a destra del tavolino centrale: lo ha identificato con certezza Valerio Luciani nel 2003, grazie a un’incisione de “L’Illustrazione Universale” dell’11 luglio 1875 (Accademia Scacchistica Romana).

Giornalista, teorico, organizzatore

Dubois fu anche un pioniere della stampa scacchistica. Nel 1847 curò a Roma la prima rubrica di scacchi italiana, su “L’Album”, e nel 1859 fondò con Augusto Ferrante “La Rivista degli Scacchi”, che uscì per un solo anno (Wikipedia). Fu la prima rivista scacchistica italiana: 24 numeri quindicinali, dal 15 gennaio al 30 dicembre 1859 (Accademia Scacchistica Romana).

Come teorico scrisse “Le principali aperture del giuoco degli scacchi sviluppato secondo i due sistemi italiano e francese” (1869-1873), opera in tre volumi rimasta incompiuta (Wikipedia). Gli si attribuiscono linee della Viennese e della Scozzese, oltre alla paternità teorica del Controgambetto Albin, che analizzò nel 1876 con un commento molto romano: “è una mia scappata, e ve la do per quel che vale” (Wikipedia).

Dopo un soggiorno di circa due anni nei Paesi Bassi dal 1863, tornò a Roma perché non riusciva ad abituarsi al clima (Wikipedia). Il suo ultimo match, nel 1881 contro Goldman di Manchester, finì 3-1 per lui; poi restarono soltanto “gli acciacchi della vecchiaia e i soliti problemi finanziari” (Wikiquote). Fu tra i promotori dell’Unione Scacchistica Italiana, nata nel 1898, un anno prima della sua morte (Schachfeld).

Le memorie e l’eredità

Verso il 1894 Dubois completò l’autobiografia “Quarant’anni di vita scacchistica” e chiese agli scacchisti di sottoscriverne la stampa, ma risposero una trentina di persone (Wikiquote). Le memorie uscirono postume a puntate tra il 1900 e il 1903 (Wikipedia). Oggi si possono leggere nel volume “Serafino Dubois – Quarant’anni di scacchi da campione”, che raccoglie l’autobiografia, una cinquantina di lettere inedite e oltre 300 partite con analisi verificate al computer (Scacco!).

Serafino Dubois morì il 15 gennaio 1899 a Roma (Wikipedia). Una sua frase sembra scritta apposta per chiudere la sua storia:

“Quando la morte si avvicinerà per applicarmi l’ultimo scacco matto, mi troverà con un libro di preghiere in mano e la scacchiera dinanzi.” (Wikiquote)

Dopo di lui l’Italia non ebbe più, per decenni, un giocatore capace di stare alla pari con i migliori del mondo. Ricordarlo oggi significa restituire al nostro Paese una pagina importante della storia degli scacchi.