Non solo per gioco: la lezione di Neri Marcorè



Introduzione

Ci sono personaggi pubblici che muovono i pezzi a favore di telecamera per concedersi un’aura di intellettualismo d’occasione, e poi ci sono gli scacchisti autentici, quelli per cui le sessantaquattro caselle rappresentano un lessico interiore, una postura morale e cognitiva. Neri Marcorè appartiene senza ombra di dubbio a questa seconda categoria.

Dietro la naturalezza disarmante dell’attore, del cantante e dell’imitatore colto, si nasconde infatti una frequentazione con il gioco che affonda le radici nella giovinezza e, soprattutto, in un rigore filologico tutt’altro che comune.

Dalle Marche alla storiografia di Murray

La scintilla scocca lontano dai riflettori, tra i tavoli del circolo scacchistico di Civitanova Marche, a pochi chilometri dalla sua Porto Sant’Elpidio. Ma è durante gli anni universitari a Bologna che la passione compie un salto qualitativo decisivo. Iscritto alla Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori – e casualmente residente a pochi passi da quella che sarebbe diventata la cattedrale libraria del gioco in Italia, Le Due Torri – Marcorè sceglie per la sua tesi di diploma un’impresa che farebbe tremare i polsi a molti addetti ai lavori: la traduzione parziale di A History of Chess di H.J.R. Murray.

Non un manualetto di aperture o una raccolta di miniature brillanti, ma il testo sacro della storiografia scacchistica mondiale, pubblicato a Oxford nel 1913. Chiunque abbia aperto anche solo una pagina di Murray conosce la densità erudita, linguistica e archivistica di quell’opera monumentale. Questa solida competenza storica ha portato in seguito Marcorè a firmare la prefazione de La grande storia degli scacchi di Mario Leoncini, confermando una cifra che non è solo quella dell’appassionato, ma del vero e proprio uomo di cultura del gioco.

Filosofia di gioco: il tempo per pensare e il rifiuto della frenesia

Come gioca, dunque, chi ha tradotto le origini del chaturanga e dello shatranj? Marcorè è un giocatore concreto, che rifiuta categoricamente la dittatura del cronometro tipica del blitz moderno. La cadenza rapida da un minuto o tre minuti, oggi tanto in voga sulle piattaforme online, è per lui antitetica alla natura del gioco: genera sviste grossolane e appiattisce la qualità.

Il suo terreno prediletto sono i 30 minuti: il tempo necessario per costruire un’idea, valutare un piano e ponderare le varianti. Sulla scacchiera, le sue scelte riflettono un temperamento aperto e leale: col Bianco spinge invariabilmente il pedone di Re ($1.e4$) e, per autentico spirito cavalleresco, accetta qualunque gambetto gli venga proposto. Col Nero, contro $1.e4$, imposta una risposta simmetrica con $1…e5$, ricercando la solidità del gioco piano e strutture logiche speculari.

Non mancano le rivalità storiche, coltivate fuori dalle sale di torneo ma con identico accanimento: celebri sono le sue infinite partite di backstage con l’amico e cantautore Luca Barbarossa, compagno di tournée e complice di lunghe sfide notturne a colpi di cavalli e alfieri.

L’etica dell’errore e la ricerca del “Piano B”

Se la tecnica definisce la partita, è nella visione pedagogica ed etica che le riflessioni di Marcorè offrono gli spunti più profondi. Nella sua prefazione al testo di Leoncini ha scritto parole che ogni istruttore e ogni allievo dovrebbero tenere a mente:

«Mettere in conto l’errore, accettarlo, riconoscere la bravura dell’avversario, cercare di fare meglio la volta successiva senza crocifiggersi è un esercizio altamente terapeutico ed educativo che dalla scacchiera può agilmente trasferirsi a campi “di battaglia” ben più importanti, ammesso che ci sia qualcosa di più importante degli scacchi».

In una società che stigmatizza il fallimento o che cerca scorciatoie miracolistiche, la scacchiera educa al principio di realtà. L’errore non è una colpa morale da espiare, ma un dato oggettivo da analizzare con lucidità. Da qui discende quello che l’attore definisce l’insegnamento più prezioso degli scacchi: l’esistenza costante di un «Piano B». Anche quando la posizione è compromessa o il piano strategico originario è andato in fumo, il compito del giocatore non è abbandonarsi alla rassegnazione sperando nella svista dell’altro, bensì esplorare la contromossa nascosta, quella coordinazione difensiva capace di limitare i danni e riaprire il percorso.

La salvaguardia della cavalleria

C’è infine un monito critico che Marcorè rivolge all’evoluzione contemporanea del gioco sul web: la nostalgia per quella cavalleria di sala che la mediazione degli schermi anonimi e delle chat online tende a degradare in arroganza o aggressività gratuita. Per lui la scacchiera resta un luogo d’incontro, di rispetto reciproco e di silenzio operoso, dove 64 caselle bastano e avanzano per generare un universo inesauribile di combinazioni e di pensiero.

Un promemoria prezioso: per giocare bene a scacchi, prima ancora del calcolo delle varianti, serve l’eleganza di saper guardare la realtà da molteplici prospettive.

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