La lezione di Benjamin Franklin tra etica, studio e modernità
Introduzione

Questi versi in rima baciata condensano con straordinaria efficacia una visione del “nobil giuoco” che attraversa i secoli. Sebbene si tratti di una mia rivisitazione in rima di una frase tratta da un manoscritto in prosa del Settecento, la formula sintetizza alla perfezione lo spirito di uno dei più autorevoli pensatori che si siano mai seduti davanti a una scacchiera: Benjamin Franklin.

Perché uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, scienziato pragmatico e teorico del valore del tempo, sentiva il bisogno di sottrarre il gioco alla logica del profitto materiale? La risposta getta una luce sorprendente non solo sulla società dell’epoca, ma sul cuore stesso della pedagogia scacchistica contemporanea.
Il Settecento e la sfida all’azzardo
Nell’Europa del XVIII secolo il gioco era ovunque, ma vestiva quasi sempre i panni dell’azzardo. Nei salotti come nelle locande di Londra e Parigi, dadi e carte muovevano fortune repentine e rovine irreparabili; il tempo speso a giocare era fatalmente legato alla scommessa, al rischio cieco, al miraggio del guadagno facile.
In questo panorama, gli scacchi rappresentavano una radicale anomalia etica e intellettuale. Davanti alle sessantaquattro caselle non c’è spazio per il favore della sorte: il Caso è escluso per definizione regolamentare. La vittoria non è concessa da una carta fortunata, ma conquistata attraverso la lucidità dell’analisi, il calcolo e la coerenza del piano strategico.
Scegliere di giocare a scacchi “per passione, non per denaro” significava compiere un vero e proprio atto di emancipazione illuminista: sottrarre l’intelletto alla mercificazione e considerare il tempo non come moneta da spendere, ma come spazio sacro per l’esercizio del pensiero critico.
La singolare posta in gioco dell’Autobiografia (1733)
Che Franklin non concepisse il gioco fine a sé stesso, né tanto meno subordinato al denaro, trova una prova diretta in un celebre episodio narrato nella sua Autobiografia.
Intorno al 1733, mentre era impegnato nell’apprendimento delle lingue moderne, Franklin iniziò a frequentare un conoscente con cui condivideva la passione per la scacchiera. Rendendosi conto che le partite stavano sottraendo ore preziose allo studio, i due trovarono un accordo ingegnoso: stabilirono che il vincitore di ciascuna partita avrebbe avuto il diritto di assegnare allo sconfitto un compito di grammatica, una traduzione o un testo da mandare a memoria prima della sfida successiva. Il caso volle che i contendenti fossero di pari forza, e lo studio della lingua progredì con ritmo sorprendente.
La scacchiera si trasformava così in un patto di mutuo accrescimento: la competizione non serviva a svuotare le tasche del rivale, ma a moltiplicare le competenze di entrambi. Persino la sconfitta diventava occasione di apprendimento strutturato.
The Morals of Chess: la scacchiera come palestra di vita
Nel 1779 Franklin diede forma compiuta a questa visione nel suo celebre saggio The Morals of Chess (pubblicato per la prima volta sul Columbian Magazine nel 1786). In apertura, Franklin afferma chiaramente che gli scacchi non sono una mera occupazione oziosa, ma un generatore di abiti mentali destinati a diventare una seconda natura:
«La vita è una sorta di partita a scacchi, in cui abbiamo spesso punti da guadagnare, concorrenti o avversari con cui confrontarci, e una vasta varietà di eventi favorevoli o avversi, che sono, in qualche misura, l’effetto della prudenza o della sua mancanza.»
Dalla pratica scacchistica scaturiscono quattro virtù cardinali per la condotta quotidiana:
- La Preveggenza (Foresight): la capacità di guardare avanti nel tempo, valutando le conseguenze concrete prima di compiere qualsiasi azione («Se muovo questo pezzo, cosa potrà fare il mio avversario?»).
- La Circospezione (Circumspection): la visione d’insieme, la comprensione di come tutte le parti del sistema interagiscano tra loro e come ogni mossa modifichi le relazioni di forza su tutta la scacchiera.
- La Cautela (Caution): l’autodisciplina e il controllo dell’impulso motorio, compendiati dalla regola ferrea del pezzo toccato, pezzo giocato.
- La Perseveranza: l’abitudine fondamentale a non disperare di fronte a una posizione sfavorevole, imparando a resistere e a cercare con ostinazione risorse nascoste anche nei frangenti più critici.
La condotta morale si estendeva poi al rispetto per l’avversario: non ingannare, non distrarre, non infierire nella vittoria e non mostrare rancore nella sconfitta.
Lo specchio del presente: il bivio dell’era digitale
Riletta oggi, la massima di Franklin suona quasi come un monito profilattico. Nell’ecosistema scacchistico contemporaneo, dominato da piattaforme online, competizioni lampo quotidiane (come i tornei aperti a premi) e un professionismo esasperato dai riflettori digitali, il rischio di subordinare il gioco alla ricerca spasmodica del risultato materiale o del punteggio Elo è tangibile.
Quando la motivazione primaria si sposta esclusivamente sul guadagno, sulla monetizzazione del contenuto o sul rating numerico, il gioco rischia di perdere la sua dimensione più profonda: quella dello spazio riflessivo, della ricerca estetica e del confronto leale tra due intelligenze.
Per chi opera nella didattica e nella formazione giovanile, la lezione frankliniana è un saldo punto di riferimento. Insegnare gli scacchi a ragazzi e allievi non significa addestrarli a collezionare coppe o inseguire premi in denaro, ma fornire loro una grammatica decisionale, educarli alla gestione dell’errore e far sperimentare la gioia autentica dell’intuizione strategica.
Il vero tesoro dello scacchista
Un noto proverbio scacchistico ricorda che, a partita finita, il Re e il pedone finiscono nella medesima scatola di legno. Le ricchezze materiali e le vittorie effimere restano sul tavolo di gioco.
Ciò che invece sopravvive alla partita è l’impronta che il rigore del pensiero lascia nella mente del giocatore. La capacità di prevedere le conseguenze dei propri atti, la responsabilità di fronte alle scelte e l’onestà intellettuale di ammettere un errore sono abilità che nessuna fluttuazione economica può intaccare.
Gli scacchi restano un gioco caro proprio per questo: perché quando si giocano per pura passione, il loro valore non ha prezzo.