Gli scacchi sono uno sport?

 

Secondo l’etimologia la parola sport deriverebbe dal Latino “deportare”, che significa uscire fuori porta, della propria casa o città. Il termine attuale però proviene dall’Inglese che a sua volta è mutuato dal Francese “desport” che significa svago, intrattenimento, ricreazione, un po’ come il nostro “diporto”.

Questa premessa serve solo per fornire alcuni spunti alla “vecchia” discussione se gli scacchi debbano o meno essere considerati uno sport. Non è sufficiente infatti che essi siano da molto tempo riconosciuti come sport a tutti gli effetti dalle federazioni ed enti sportivi nazionali (in Italia dal CONI) e dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale). Infatti questo non può essere un criterio oggettivo, dal momento che tantissimi sport non sono riconosciuti da questi organismi. Nel contempo gli scacchi sono giudicati dalla gente come un semplice gioco da tavolo, come le carte, il risiko, lo scarabeo ecc.

Ora uno degli elementi secondo cui gli scacchi non sarebbero uno sport è l’assenza di movimento fisico, poiché si gioca seduti in quasi completa immobilità. Secondo la massima di Helmut Pfleger “E’ uno sport, se dopo si fa una doccia”. Tutti possono osservare che l’unico intervento fisico è quello della mano che sposta i pezzi; talvolta neppure quello: basti pensare ad alcuni portatori di handicap che devono comunicare a voce le loro mosse, non potendole eseguire con le proprie mani.

Ma allora che razza di sport sarebbero gli scacchi se non è richiesta nessuna agilità fisica?

Potrei rispondere provocatoriamente: e che sport sarebbero allora il tiro di precisione, la carabina, o il tiro con l’arco (per fare qualche esempio) dove il contributo fisico è di ben poco superiore a quello degli scacchisti?! Oppure potrei argomentare che ci sono momenti cruciali, per esempio lo zeitnot (cioè gli ultimi minuti della partita), dove la rapidità di pensiero-azione è sicuramente più spettacolare di molti sport dove il protagonista è solo passivamente trasportato da un mezzo estraneo (che sia uno slittino, un cavallo, una moto o una macchina di formula 1).

Che le pulsazioni cardiache nei momenti clou possono essere simili a quelle di molti sportivi dell’atletica, della danza ritmica, dei tuffatori. Che l’impegno competitivo e agonistico e la volontà di vincere sull’avversario è pari a quello di qualsiasi lottatore, sia esso un pugile, uno schermidore, un campione di sumo o di karate. Che la resistenza allo sforzo di uno scacchista può essere paragonata a quella di un marciatore, di un ciclista, o di un maratoneta, dal momento che può essere sotto tensione in partite che durano 5 o più ore.

Si potrebbe affermare che la concentrazione richiesta allo scacchista non è certo inferiore a quella di un tennista di professione, di un pattinatore artistico, di un saltatore in alto. Che certe capacità di calcolo richiedono una visaulizzazione e una profondità simili a quelle di un playmaker nel basket, o ad un regista del calcio, capaci di immaginare in anticipo l’andamento di un’azione in campo.

Scacchi sport della mente.

Da qualche anno, mentre continuano da oltre un secolo i campionati mondiali e le olimpiadi di scacchi, si è iniziato a parlare di “sport della mente”, dove sono rappresentate anche dama, go, bridge e altre discipline. Potremmo in effetti accontentarci della definizione di molti filosofi, tra cui Pascal, Leibniz, Voltaire, degli scacchi come palestra o ginnastica mentale; potremmo affermare che il “muscolo” impegnato dagli scacchisti è il cervello, e come ogni altro muscolo è necessario tenerlo in costante allenamento quotidiano, 8 – 10 ore per i Grandi Maestri. Basti ricordare l’affermazione di Akiba Rubinstein: “Nel corso di un anno io gioco nei tornei per 60 giorni, mi riposo per 5 giorni e lavoro per 300 giorni sulle partite che ho fatto.”

E non basta! E’ risaputo che tutti i grandi campioni hanno i loro allenatori per la preparazione tecnica e dei personal trainer per curare la loro forma fisica, dato che devono reggere lo stress psichico e nervoso di molte ore e settimane dei match o dei tornei.

Ma tutto questo è poco conosciuto a livello di opinione pubblica, per il semplice fatto che ad un osservatore non alfabetizzato, l’azione che si svolge sulla scacchiera, che è il “ring” in cui si disputa la lotta scacchistica, risulti del tutto incomprensibile.

Per questo motivo voglio accingermi in una nuova “avventura” quella di tradurre gli scacchi a chi non sa giocare, con esempi tratti sia dallo sport in generale, ma anche dalla cultura universale, dall’arte e dalla scienza.

Perchè gli scacchi sono molto più di un semplice sport!

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