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Il timore “reverenziale”
Il “Peccato Originale” sulla scacchiera:

Ti siedi alla scacchiera, e improvvisamente il mondo si restringe. Di fronte a te non c’è solo un avversario, ma un numero: un rating Elo che sovrasta il tuo di trecento, quattrocento punti. In quell’istante, la tua fisiologia ti tradisce. Il battito accelera, il respiro si fa corto e, come descritto dal Grande Maestro Gata Kamsky, provi la “sensazione assoluta di sederti di fronte a un potere assoluto che vuole ridurti in atomi“.
Questa paralisi non nasce dal gioco, ma dal simbolo. Come notato da Gennady Sosonko, siamo come Robinson Crusoe che, vedendo un’impronta umana sulla sabbia, scopre che “la paura del pericolo è sempre più forte del pericolo stesso” [The Reliable Past]. La scacchiera smette di essere un campo di battaglia geometrico per diventare una foresta di specchi deformanti. Perché, di fronte a un “nome”, il nostro talento sembra evaporare? La verità è brutale: la sottomissione psicologica è un suicidio assistito che firmiamo molto prima di muovere il primo pedone.
Il “peccato originale” di Tartakower: la soggezione come errore primordiale
Il leggendario Savielly Tartakower definì questa dinamica come il “peccato originale” degli scacchi: la soggezione psicologica per la bravura del rivale. Non è un errore tecnico, ma una rinuncia al proprio giudizio critico. Quando veneri la forza dell’avversario, smetti di vedere le mosse e inizi a vedere verità assolute, diventando vittima di un “fatalismo” scacchistico in cui ogni mossa del rivale sembra perfetta e ogni tua risorsa inutile.
Questa barriera invisibile ha fermato intere generazioni. Sosonko ricorda vividamente il blocco dei maestri inglesi del dopoguerra:
“I giocatori inglesi provavano un ‘rispetto illimitato’ per i GM sovietici; il limite dei loro sogni era la patta. Farsi intimidire dai grandi nomi costituisce una barriera enorme verso il vertice.” [The Reliable Past]
La malattia del rating: quando i numeri diventano feticci
Oggi questo peccato ha una veste numerica: la Rating Fear (paura del punteggio). Jeremy Silman la definisce una vera malattia professionale che trasforma il giocatore in un “agnello sacrificale”. Per Vladimir Tukmakov, il rating è diventato “Sua Altezza il Feticcio”, un’arma usata dai più forti per dominare i rivali ancor prima di stringere loro la mano [Risk & Bluff in Chess].
I sintomi di questa sindrome sono chiari:
- Paralisi decisionale e “Blinking”: Come teorizzato da Jonathan Rowson, il giocatore soffre di una mancanza di risoluzione, esitando a “premere il grilletto” nei momenti critici per timore delle conseguenze [The Seven Deadly Chess Sins].
- Ricerca ossessiva di sicurezza: Ci si rifugia in difese passive, una strategia che Wesley So ha scoperto essere “estremamente rischiosa” perché invita al bullismo strategico.
- La Profezia Auto-Avverante: Si predetermina il risultato in base ai numeri, giocando per la patta e perdendo così ogni capacità di lottare [R.B. Ramesh].
Il “Timore di Fischer” e le minacce fantasma
Nessuno ha incarnato il potere della soggezione come Bobby Fischer. Robert Byrne coniò l’espressione “Timore di Fischer” per descrivere come i Grandi Maestri “appassissero” di fronte a lui, con i vestiti sgualciti dal sudore e il sistema nervoso in frantumi. Non era solo tecnica; era quello che Yury Averbakh definì un “sovraccarico spirituale”, un’influenza magnetica che annichiliva la volontà altrui dopo poche mosse.
In questo stato di terrore, si manifesta l’Out-Gangster Effect descritto da William Stewart: i giocatori guardano all’esperto con un rispetto così esagerato da sovrastimarne sistematicamente le capacità. La mente genera allora le “ghost threats” (minacce fantasma) di cui parla Vassilios Kotronias: si inizia a credere a pericoli inesistenti, assumendo ciecamente che il rivale abbia visto più lontano. Come diceva Fischer, “le persone giocano contro di me al di sotto delle loro possibilità da quindici anni”.
Il “Bullismo” da scacchiera: come Carlsen usa la tua paura
Anche nell’era dei motori, Magnus Carlsen domina attraverso la psicologia. Egli utilizza consapevolmente la mancanza di autostima dei rivali per “bullizzarli” strategicamente. Carlsen ha ammesso che, una volta capito che l’avversario non è mentalmente pronto a giocare per la vittoria, lui inizia a prendersi rischi enormi.
Secondo il campione norvegese, l’eccesso di rispetto porta inevitabilmente a “decisioni codarde”. Quando provi troppa deferenza, vedi più limitazioni di quante ne esistano realmente. Non rischiare è, paradossalmente, la scelta più pericolosa del repertorio: significa accettare di essere spinti nel baratro senza opporre resistenza.
L’antidoto di Lasker: giocare contro i pezzi, non contro l’avversario
Per spezzare l’incantesimo, dobbiamo tornare a Emanuel Lasker. Il suo mantra era il rifiuto dell’autorità: “Non bisogna credere a nulla sulla parola, ma occorre cercare una prova chiara e precisa… bisogna fidarsi solo della propria ragione” [Manuale degli Scacchi]. Se una mossa ti sembra dubbia, verificala; non presumere che sia corretta solo perché l’ha fatta un “titolo”.
L’esempio storico definitivo è la rivalità tra Samuel Reshevsky e Miguel Najdorf. Quando fu chiesto a Reshevsky perché Najdorf perdesse sempre contro di lui, la risposta fu lapidaria:
“È semplicissimo, Najdorf gioca contro Reshevsky.”
L’antidoto è il mantra di Svetozar Gligorić: “I play against pieces” (Gioco contro i pezzi).
Consigli pratici per il tuo prossimo match:
- Ignora l’identità: Gioca la posizione sulla scacchiera, non la reputazione nella tua testa.
- Diffida dei regali: Joel Benjamin avverte: quando un avversario molto più forte ti offre la patta, “probabilmente sta cercando di imbrogliarti” perché sente che la sua posizione è fragile. Resta oggettivo.
- Relativizza il disastro: Segui la filosofia di Vladimir Kramnik: “La cosa peggiore che ti possa capitare è perdere. Beh, e allora?“. Una volta accettato il peggiore scenario, la paura svanisce.
Conclusione: oltre la foresta oscura
L’avversario, per quanto formidabile, resta un essere umano soggetto all’ansia e all’errore. Mikhail Tal amava trascinare i rivali in una “foresta oscura” dove “due più due fa cinque” e il sentiero per uscire è largo abbastanza per uno solo. In quel territorio ignoto, il rating non conta più nulla; conta solo chi ha il coraggio di restare lucido nel caos.
Ricorda la lezione di Tartakower amata da Leonid Stein: preferiresti soccombere per eccesso di prudenza o perdere avendo osato? La sottomissione psicologica è una scelta, non un destino. Abbi rispetto per i pezzi, ma non averne mai per il nome che li muove. Perché, alla fine, come dice sempre Tartakower “Chi rischia talvolta potrà perdere, ma chi non rischia, perderà sempre.“
Stage per istruttori a Cagliari.
Questo fine settimana sarò impegnato a Cagliari, presso la sede del circolo Cagliari Scacchi, per un corso di aggiornamento e formazione per istruttori. E’ un progetto che vuole inaugurare un percorso abilitante – che sarà presto coordinato dal Comitato Regionale Sardegna – che prevede lunghi tirocini e affiancamento sul campo. Da più parti si ritiene infatti che la formazione degli istruttori non possa limitarsi a pochi week-end, ma debba essere continuamente aggiornata grazie alla condivisione e allo studio dei modelli pedagogici e metodologici più importanti nel panorama nazionale e internazionale.
Alcuni degli argomenti che saranno trattati in questo primo appuntamento sono:
1) Importanza del gioco degli scacchi sulla crescita psicofisica bambino
2) Scopo del corso: approccio esclusivamente ludico o agonistico?
3) il corretto approccio con i bambini: esempi pratici
4) differenziazione metodologica in base alle classi d’età
5) Differenze di metodo di insegnamento per bambini e adulti
6) Gestione rapporto genitori
7) Errori da evitare
8) Supporto psicologico
9) Metodo ideografico/carte scacchistiche/ proverbi scacchistici etc
La gestione dei conflitti.

Illustrazione di Francis Manfredi
Il gioco degli scacchi, tra le altre cose, può essere anche un grande strumento per accompagnare i bambini (ma anche gli adulti) ad una migliore gestione dei conflitti. Spesso accade infatti che la loro naturale litigiosità venga innescata da futili motivi, per i quali comunque c’è solitamente una norma di regolamento. Le liti più comuni sono infatti la scelta del colore (ed esiste innanzi tutto il sorteggio e poi l’alternanza); le mosse irregolari (ed il regolamento ne consente solo 3); la cattiva abitudine di toccare i pezzi o di ritirare le mosse già eseguite (e anche qui vale la regola “Pezzo toccato, pezzo mosso; pezzo lasciato pezzo giocato”, che io ho sintetizzato nel mio proverbio: “Pensare, toccare e giocare: e non si può ritirare”). Altre volte i bambini si lamentano che l’avversario disturba, oppure – una volta in vantaggio – prende in giro.
Nonostante le regole ed il buon senso che l’istruttore può mettere in atto in questi casi spesso la conflittualità rimane come una nuvola sopra i due compagni di gioco e non è raro il caso in cui uno dei due – offeso – preferisca abbandonare le partita per non avere a che fare con l’altro. Ecco, ritengo che questi momenti siano molto più importanti di qualsiasi lezione teorica sulle aperture (solo per fare un esempio): in questi momenti non stiamo solo guidando i giovani verso il corretto contegno sportivo, ma anche verso una loro più genuina condotta sociale.
L’accettazione delle regole non deve essere vista da nessuno come una scomoda necessità, ma come la convenienza di entrambi (non a caso la convenzione e la consuetudine sono le prime fonti del diritto). Ma ciò che mi preme sottolineare in questo post è l’opportunità che il gioco degli scacchi nel contesto scolastico dia l’occasione agli educatori (insegnanti e istruttori) di guidare i bambini verso una loro crescita emotiva e mediare tra i loro scambi interpersonali suggerendo una pragmatica consapevolezza di risoluzione delle liti. Gli scacchi hanno già intrinsecamente un’autoregolazione, perché mossa dopo mossa i giocatori devono necessariamente prendere in considerazione il volere dell’altro e spesso scendere a compromessi o accettare delle concessioni. L’obiettività e la perizia di un giocatore sono le doti psicologiche più adatte per qualsiasi giocatore, ecco perché ritengo che queste piccole “beghe” siano ancora più importanti da risolvere di piccole combinazioni di scacco matto.
