Serafino Dubois

Serafino Dubois, il campione romano che sfidò l’Europa

Il 10 ottobre 1817 nasceva a Roma Serafino Dubois, il giocatore che le fonti italiane descrivono senza esitazioni come “il più forte scacchista italiano dell’Ottocento” (Wikipedia). Eppure il suo nome, fuori dalla cerchia degli appassionati di storia, è quasi dimenticato. Vale la pena di riscoprirlo: la sua vita racconta i grandi match dell’epoca romantica, la scomparsa delle antiche regole italiane e l’inizio del lungo isolamento scacchistico del nostro Paese.

Gli anni romani e il match con Wyvill

Nella prima metà dell’Ottocento i tornei erano rari e i maestri si misuravano soprattutto in match. Dubois ne giocò molti contro i migliori d’Europa, dagli anni Quaranta ai Sessanta, e perdeva di rado, spesso concedendo pedone e mossa di vantaggio (Wikipedia).

Il primo grande banco di prova fu la lunga serie del 1846 a Roma contro l’inglese Marmaduke Wyvill, uno dei migliori giocatori britannici: Dubois vinse 55-26 a gioco pari e perse 39-30 quando concedeva pedone e mossa (Wikipedia). Il dato acquista valore se si pensa che Wyvill, cinque anni dopo, sarebbe arrivato secondo nel primo torneo internazionale della storia, Londra 1851 (Jeremy Spinrad, ChessCafe).

A Londra 1851 Dubois non c’era. Nelle sue memorie racconta di aver chiesto al Duca Caetani, suo protettore, di promuovere una sottoscrizione, ma il nobile “cominciò a tergiversare e a prendere la cosa in burletta”: “così perdetti la più bella occasione che mi si fosse mai presentata di fortificarmi al contatto dei Grandi Maestri” (Uno Scacchista). E aggiunge, con un velo di amarezza, che Wyvill, al quale poteva “dare qualsiasi pedina e mossa”, prese il secondo premio.

Parigi 1855: trionfo alla Régence

Nell’estate del 1855 Dubois partì per Parigi, convinto di partecipare a un grande torneo legato all’Esposizione universale; il torneo saltò e lo seppe quando era già in viaggio (Le Café de la Régence). Restò comunque mesi in città e al celebre Café de la Régence giocò almeno quattro match, battendo Jules Arnous de Rivière (21 vittorie, 8 sconfitte, 3 patte), Seguin, Budzinsky e Lécrivain (22 vittorie, 5 sconfitte, 2 patte) (Wikipedia).

Le memorie di quel soggiorno sono deliziose. Dubois incontrò il futuro presidente della Repubblica Jules Grévy, giudicato “un giocatore di bella forza”, e giocò più volte con il poeta Alfred de Musset, al quale finì per concedere pedone e due mosse (Le Café de la Régence). Musset, che teneva spesso accanto a sé una bottiglia di assenzio, dopo qualche sconfitta gli ricordò piccato che La Bourdonnais gli dava il cavallo e perfino la torre; la discussione si chiuse con un brindisi di champagne all’attrice Adelaide Ristori (Le Café de la Régence). Dubois riassunse l’estate con una battuta orgogliosa: gli italiani trionfavano su tutta la linea a Parigi, “Verdi all’Opéra, Ristori agli Italiens e Dubois alla Régence” (Le Café de la Régence).

Di ritorno a Roma, nel 1858 batté al Caffè Antonini lo scrittore russo Ivan Turgenev, in 25 mosse e dandogli pedone e mossa (Wikipedia).

Quanto era forte, in termini moderni? Secondo le stime retrospettive di Chessmetrics, Dubois toccò il suo massimo nel gennaio 1857 con 2642 punti e fu il primo della classifica mondiale per trenta mesi, da marzo 1856 ad agosto 1858, quando fu superato da Paul Morphy (Wikipedia). È una ricostruzione statistica da prendere con cautela, ma conferma l’impressione dei contemporanei.

Londra 1862 e la sfida con Steinitz

Il palcoscenico internazionale arrivò finalmente con il torneo di Londra del 1862, giocato durante la seconda Esposizione universale. Dubois si classificò quinto, davanti a un giovane Wilhelm Steinitz, futuro primo campione del mondo (Wikipedia). I premi andarono ad Anderssen (100 sterline), Paulsen, Owen, MacDonnell, Dubois (10 sterline) e Steinitz (5 sterline) (Viquipèdia).

Il risultato avrebbe potuto essere migliore: Dubois perse sulla scacchiera solo con Steinitz e Anderssen e batté Paulsen, ma per problemi di salute dovette lasciare a tavolino i punti contro MacDonnell e Owen (Wikipedia DE). Lui stesso scrisse di essere arrivato a Londra “già indebolito di corpo e di spirito” (Uno Scacchista).

Subito dopo il torneo Steinitz lo sfidò a un match e vinse con 5 vittorie, 1 patta e 3 sconfitte (Wikipedia DE). Una curiosità: Bobby Fischer commentò quelle partite in un articolo, sostenendo che il match fu equilibrato finché i due non si accordarono per dividere la posta a prescindere dal risultato; a quel punto Dubois si rilassò e Steinitz prese il sopravvento (Uno Scacchista).

Una partita memorabile

La partita più celebre di Dubois è, paradossalmente, una sconfitta: Dubois-Steinitz, Londra 1862. È però una lezione perfetta su due temi: l’attacco di pedoni contro l’arrocco e il pericolo dell’inchiodatura dell’alfiere in h4/g3. La notazione segue il libro del torneo del 1864, nella versione riportata da Wikipedia DE.

Dubois – Steinitz, Londra 1862 (Partita Italiana, “Pianissimo”)

1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3.Ac4 Ac5 4.O-O Cf6 5.d3 d6 6.Ag5 h6 7.Ah4 g5 8.Ag3 h5 9.h4 Ag4 10.c3 Dd7 11.d4 exd4 12.e5 dxe5 13.Axe5 Cxe5 14.Cxe5 Df5 15.Cxg4 hxg4 16.Ad3 Dd5 17.b4 O-O-O 18.c4 Dc6 19.bxc5 Txh4 20.f3 Tdh8 21.fxg4 De8 22.De2 De3+ 23.Dxe3 dxe3 24.g3 Th1+ 25.Rg2 T8h2+ 26.Rf3 Txf1+ 27.Axf1 Tf2+ 28.Rxe3 Txf1 29.a4 Rd7 30.Rd3 Cxg4 31.Rc3 Ce3 32.Ta2 Txb1 33.Td2+ Rc6 34.Te2 Tc1+ 35.Rd2 Tc2+ 36.Rxe3 Txe2+ 37.Rxe2 f5 0-1

Spunti didattici:

  • 7…g5 e 8…h5. All’epoca questa avanzata diretta dei pedoni di Steinitz era un concetto nuovo (Wikipedia DE). Il Nero non ha ancora arroccato e può permettersi di “lanciare” i pedoni contro il Re bianco.
  • 17…O-O-O. Steinitz lascia un pezzo per aprire la colonna h: l’alfiere c5 è perduto, ma le torri arrivano sul Re bianco.
  • Il 22° tratto. Il Bianco poteva difendersi meglio con 22.Af5+ Rb8 23.Te1, già indicato da Tarrasch nel 1897 (Wikipedia DE). Una curiosità per gli allievi più grandi: quasi tutti i libri, da Réti a Euwe, riportano per errore 22.De1, ripetendo un refuso apparso già nel 1862 (Wikipedia DE). È un buon esempio di come anche le fonti classiche vadano verificate.

La trappola nascosta

Dalla stessa posizione nasce una trappola famosa. Nella partita Knorre-Čigorin, San Pietroburgo 1874, dopo le prime otto mosse identiche il Bianco prese il pedone con 9.Cxg5 e fu punito (Wikipedia DE):

9.Cxg5 h4 10.Cxf7 hxg3 11.Cxd8 Ag4 12.Dd2 Cd4 13.Cc3 Cf3+ 14.gxf3 Axf3 0-1

Il Nero sacrifica la Donna e il matto, con il pedone g3 o con la torre h8, non si può più evitare. Steinitz aveva già pubblicato la variante nelle sue note, e la stessa sequenza ha dato vittorie lampo al Nero fino ai giorni nostri (Wikipedia DE). Proporla agli allievi come esercizio (“Il Bianco può prendere in g5?”) funziona sempre.

Il paladino delle regole italiane

Dubois giocò all’estero con le regole “francesi”, cioè quelle oggi internazionali, ma in Italia si giocava ancora “all’italiana”. Le differenze principali erano tre (Uno Scacchista):

  1. Niente presa en passant, sostituita dal “passar battaglia”.
  2. Arrocco libero: Re e Torre, scavalcandosi, potevano fermarsi su varie case. L’arrocco corto di oggi era chiamato “arrocco alla calabrese”, forse in omaggio a Gioachino Greco.
  3. Promozione limitata: il pedone poteva promuovere solo a un pezzo già catturato; se non ce n’erano, restava “sospeso” sull’ottava traversa in attesa.

Dubois difese strenuamente queste regole, sostenuto quasi solo dal russo Carl Jaenisch (Uno Scacchista). Nel 1874 scrisse l’articolo “Giuoco italiano o giuoco francese?”, che ebbe poco seguito, e alla fine consigliò agli amici di smettere ogni resistenza (Uno Scacchista). L’Italia adottò le regole internazionali nel 1881, anche se si diffusero ovunque solo verso la fine del secolo (Wikipedia).

Il canto del cigno delle regole italiane fu il Primo Torneo Nazionale di Roma, dal 25 aprile al 25 maggio 1875, giocato ancora con arrocco libero, senza en passant e con la promozione limitata (Accademia Scacchistica Romana). Nella fotografia ufficiale Dubois, allora cinquantottenne, è l’uomo in piedi, stempiato e con la barba bianca, leggermente a destra del tavolino centrale: lo ha identificato con certezza Valerio Luciani nel 2003, grazie a un’incisione de “L’Illustrazione Universale” dell’11 luglio 1875 (Accademia Scacchistica Romana).

Giornalista, teorico, organizzatore

Dubois fu anche un pioniere della stampa scacchistica. Nel 1847 curò a Roma la prima rubrica di scacchi italiana, su “L’Album”, e nel 1859 fondò con Augusto Ferrante “La Rivista degli Scacchi”, che uscì per un solo anno (Wikipedia). Fu la prima rivista scacchistica italiana: 24 numeri quindicinali, dal 15 gennaio al 30 dicembre 1859 (Accademia Scacchistica Romana).

Come teorico scrisse “Le principali aperture del giuoco degli scacchi sviluppato secondo i due sistemi italiano e francese” (1869-1873), opera in tre volumi rimasta incompiuta (Wikipedia). Gli si attribuiscono linee della Viennese e della Scozzese, oltre alla paternità teorica del Controgambetto Albin, che analizzò nel 1876 con un commento molto romano: “è una mia scappata, e ve la do per quel che vale” (Wikipedia).

Dopo un soggiorno di circa due anni nei Paesi Bassi dal 1863, tornò a Roma perché non riusciva ad abituarsi al clima (Wikipedia). Il suo ultimo match, nel 1881 contro Goldman di Manchester, finì 3-1 per lui; poi restarono soltanto “gli acciacchi della vecchiaia e i soliti problemi finanziari” (Wikiquote). Fu tra i promotori dell’Unione Scacchistica Italiana, nata nel 1898, un anno prima della sua morte (Schachfeld).

Le memorie e l’eredità

Verso il 1894 Dubois completò l’autobiografia “Quarant’anni di vita scacchistica” e chiese agli scacchisti di sottoscriverne la stampa, ma risposero una trentina di persone (Wikiquote). Le memorie uscirono postume a puntate tra il 1900 e il 1903 (Wikipedia). Oggi si possono leggere nel volume “Serafino Dubois – Quarant’anni di scacchi da campione”, che raccoglie l’autobiografia, una cinquantina di lettere inedite e oltre 300 partite con analisi verificate al computer (Scacco!).

Serafino Dubois morì il 15 gennaio 1899 a Roma (Wikipedia). Una sua frase sembra scritta apposta per chiudere la sua storia:

“Quando la morte si avvicinerà per applicarmi l’ultimo scacco matto, mi troverà con un libro di preghiere in mano e la scacchiera dinanzi.” (Wikiquote)

Dopo di lui l’Italia non ebbe più, per decenni, un giocatore capace di stare alla pari con i migliori del mondo. Ricordarlo oggi significa restituire al nostro Paese una pagina importante della storia degli scacchi.

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