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Prendere appunti con il dito.

Uno degli autori che mi ha ispirato di più nell’adolescenza è stato Carlos Castaneda, che ha raccontato in una splendida serie di libri la cultura millenaria dei guerrieri toltechi e soprattutto la loro arte sciamanica, grazie all’apprendistato con Don Juan. In uno dei primi libri, narra Castaneda, Don Juan rimproverò Carlos perchè si “distraeva” nel prendere appunti… “Cosa dovrei fare allora?” “Potresti prendere appunti con il dito!” Gli rispose provocatoriamente Don Juan.

Questo paradosso mi è rimasto impresso per sempre e proprio recentemente ho persino dovuto metterlo in pratica in circostanze davvero eccezionali, dove mi si proibiva di prendere appunti! Ma non è questo il motivo di questo post. Ma un pretesto per parlare di una delle memorie più coinvolte nel gioco degli scacchi: la memoria procedurale. Chiunque abbia risolto il cubo di Rubik e sia in grado di rifarlo in meno di un minuto lo risolve in realtà grazie alla memoria procedurale. Chi gioca spesso partite lampo impiega lo stesso questo tipo di memoria, che Castaneda chiamava “conoscenza silenziosa”.

Si tratta di una sorta di conoscenza fatta di algoritmi ricorrenti, patterns o schemi che dir si voglia, tratti dalla propria esperienza precedente. Maggiore è il bagaglio tecnico a disposizione dello scacchista e maggiori sono le possibilità che delle idee vengano – per così dire – direttamente dalle proprie mani. Molti campioni mondiali (da Morphy a Capablanca sino ad arrivare a Karpov e Anand) sono guidati da un riconoscimento euristico che li porta a fare la mossa giusta quasi senza rifletterci, come se la posizione data sia un déjà vu.

Ieri mentre conversavo con alcuni amatori del gioco degli scacchi e con uno scacchista più esperto, che fa loro delle lezioni un po’ più tecniche, ho dato il consiglio di non commentare le partite mentre si svolgono ma analizzarle subito dopo facendo tutti i commenti che erano rimasti in sospeso per non interferire con l’attività mentale coinvolta nella partita.

Grazie alla mia buona memoria ho sempre seguito questo accorgimento quando faccio una partita con un principiante: tutti i consigli glieli elenco appena finita la partita evitando di sommergere di informazioni l’esordiente e lasciando quindi mano libera alla loro capacità di ideazione, ma soprattutto all’emergere di quella “conoscenza silenziosa” che tanta importanza avrà per la sua crescita scacchistica.

Distratti? No, diversamente attratti…

Le nuove generazioni, nonostante la crisi che stiamo vivendo, godono di un’attenzione da parte dei loro genitori che probabilmente non ha precedenti nella storia. Non dico che sia un male né un bene. A volte “l’agenda” di questi bambini è talmente nutrita che essi non hanno il minimo spazio per i loro giochi: quando non sono a scuola hanno una notevole offerta per impegnare il loro tempo libero, per lo più con attività concordate (nella migliore ipotesi)  coi loro genitori. Il problema di questa super-attività può essere che l’ego dei bambini può formarsi con la convinzione di essere il centro dell’universo. Per lo più i genitori, che appartengono invece alla mia generazione o sono più giovani, hanno vissuto un’infanzia con molta più libertà di giocare per strada e di trascorrere le giornate come volevano.

Ma veniamo all’argomento del post odierno: il contegno dei bambini a scuola. In ogni classe riuscire a tenere un ordine accettabile è sempre un’impresa. Ci sono gli “iperattivi” (quelli che ai nostri tempi erano chiamati “vivaci” e non erano certo curati con farmaci), che vogliono essere sempre al centro della scena e per contro ci sono i “distratti” (anche questi incolpevoli titolari di una sindrome psichiatrica ADD: attention deficit disorder): entrambe le categorie sono ricomprese nella sindrome ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder).

La "svolta" generazionale!

In entrambi i casi, a mio parere, il principale disordine che origina il loro comportamento è nella loro educazione, spesso troppo lassista e, cosa ancora più triste, molte volte priva di qualsiasi strategia formativa. Non voglio però fare un pistolotto moralista, oltrettutto non ho figli miei, perchè l’educazione è molto delicata: si sbaglia sia quando si fa poco, sia quando si fa troppo.

Nel caso dell’attenzione però parto da un pressuppposto semplice: la nostra mente è sempre in attività, persino quando dormiamo, quindi quando si dice che qualcuno è distratto non si comprende che è semplicemente attratto da qualche altro stimolo, che può provenire dall’ambiente esterno o da dinamiche psichiche interne. Spesso questo momento non è compreso né a scuola, quando l’insegnante deve “macinare” argomenti per adeguarsi ai programmi ministeriali, né a casa quando i bambini vengono affidati alla “grande tata” Televisione. Il processo creativo individuale di ogni bambino non è colto dai loro educatori, perchè altrimenti sarebbe uno spunto eccezionale per formare il senso critico e persino la loro coscienza sociale.

La passività dei bambini che è alla base delle scelte degli adulti si manifesta poi in vari modi, molti dei quali diventano un “problema” che la classe dei pediatri, degli psicologi, degli psichiatri sapranno incasellare in una ben definita sindrome, da curare ovviamente col relativo farmaco.

Aforisma del giorno

La scacchiera è sempre uguale, ma le partite sempre diverse.